Nelle viscere di Trieste e dei suoi poeti. Una radiografia dettagliata

Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) è il più completo studio realizzato, ad oggi, sulla poesia triestina del secondo Novecento. Il volume muove i passi dal lavoro di Roberto Damiani sulle espressioni letterarie in dialetto, Poeti dialettali triestini. Profilo storico-critico (1875-1980) (Trieste, Lafanicola–Edizioni Svevo, 1981). Non spiccano altri studi sistematici, nonostante siano, per un approccio alla letteratura triestina, importanti i volumi di Mauro Caselli La voce bianca su Virgilio Giotti (Pasian di Prato, Campanotto, 2004), di Angelo Ara e di Claudio Magris Trieste. Un’identità di frontiera (Torino, Einaudi, 1987) o Scrittori triestini del Novecento, a cura di O. H. Bianchi, M. Cecovini, M. Fraulini, B. Maier, B. Marin, F. Todeschini (Trieste, LINT, 1968, e via via aggiornato).

Il criterio dell’indagine a più livelli è la peculiarità di questa operazione che, oltre a fondarsi sulla disamina di circa 3000 pubblicazioni, si approfondisce via via grazie alla costante presenza di un questionario, che troviamo in appendice.
I quesiti posti, e le risposte di 110 poeti, forniscono all’indagine estetica, critica, antropologica e sociologica (gli autori sono stati chiamati a rispondere non solo sul proprio lavoro, ma a costruirne cartesianamente il contesto), dati che potremmo definire “scientifici” – naturalmente il volume diventa modello per studi analoghi.
Per ciò che concerne la metodologia scelta tra questionario e critica testuale, appare evidente l’interesse di Nacci verso le particolarità (pure nella scrittura di certi autori): “abbiamo deciso fin dall’inizio di agire così, seguendo il solco del pensiero di Kuhn: se nell’attività scientifica il progressivo incremento di anomalie a lato dei normali cicli di soluzione dei problemi genera, prima o poi, dei nuovi paradigmi che si sostituiscono ai vecchi, trasferendoci nel contesto letterario crediamo che le poetiche o gli immaginari meno frequenti – gli “scarti” del sistema letterario – rappresentino le basi per futuri rovesciamenti e innovazioni”.

Innanzitutto il quadro iniziale smentisce l’ipotesi di una Trieste dal respiro mitteleuropeo, fino alla completa dissoluzione di questa ipotesi attraverso il lavoro dei poeti, fruitori di modelli più italiani o “globali”.
Cristina Benussi, in prefazione, scrive: “siamo di fronte ad un immaginario che ora sembra pescare i suoi archetipi non tanto verso l’Est, quanto l’Ovest, sia esso vicino come la Francia o lontano, come l’America. […] I poeti nuovi, i nostri neoteroi, organizzano performance con altri, provenienti da tutte le parti d’Italia e a loro volta sono invitati, in Italia ma spesso anche nelle regioni di confine, Slovenia, patria di festival importanti, e Klagenfurt, ma anche altrove. E le frontiere, si sa, da queste parti sono proprio cadute”.

Tuttavia il sottile confine che apre la letteratura triestina a quella italiana e mondiale, non è opzione esclusiva dei più giovani: la maggior parte degli artisti presi in esame, pur attraversando una poetica convenzionale, si sono rivolti alle esperienze in lingua francese, spagnola o anglofona.
Interessa la definizione di triestino che dà Nacci, attento osservatore degli effetti della sociologia della città su coloro che oggigiorno la abitano – molti dei quali non autoctoni – o su chi da Trieste è dovuto emigrare: a essere sottolineata è l’identità “mobile” della letteratura triestina, e quindi non solo un’identità di frontiera.

La prima parte del questionario, “Modus scribendi”, verte sugli esordi letterari, sulla dimensione dell’autore tra poesia e prosa, sui “come” e “dove” formativi, sull’utilizzo o meno della metrica, sui linguaggi utilizzati per la costruzione del testo, da cui emerge la vocazione all’italiano o allo sloveno (in base all’appartenenza linguistica), e non quella “plurilinguistica”, degli autori triestini e, mi sento affermare, anche degli abitanti in genere.
Precise sono le annotazioni delle differenze tra le risposte maschili e femminili, corredate da numerose riflessioni e collegamenti a riguardo: ad esempio il 65% dei soggetti maschi intervistati utilizza la metrica per la scrittura, mentre il 68% delle donne afferma il contrario, preferendo, contestualmente la prosa alla poesia.

La seconda parte del questionario, “Ars Poetica”, si sofferma sui modelli letterari. Riporto il sunto direttamente dalle pagine del libro:

19 presenze: Ungaretti.
13 presenze: Leopardi.
11 presenze: Neruda.
10 presenze: Montale.
9 presenze: Saba.
7 presenze: Dickinson, i classici latini e greci (soprattutto i lirici greci).
6 presenze: Quasimodo; Lorca, Prévert.
5 presenze: Merini, Pavese; Baudelaire.
4 presenze: Caproni, Foscolo, Pascoli, Pasolini; Eliot, Dylan Thomas, Rilke, i sudamericani.
3 presenze: Campana, Penna, i poeti triestini dialettali/in dialetto; Brecht, Bukowski, Hemingway, Kosovel, Pessoa, Plath, i poeti beat, i russi, i tedeschi, gli inglesi.

Moltissimi poeti raccolgono una o due preferenze, e l’osservazione porta a sottolineare come la Neovanguardia sia poco citata (Sanguineti, 2; Balestrini, Pagliarani, 1) o un poeta come Zanzotto (1) non sia tra i modelli. Per ciò che concerne la poesia in dialetto, c’è un’aderenza generale al concetto di poesia dialettale triestina, e si citano poeti come Corrai, Leghissa, Sambo, Giotti (ma con due sole presenze) e un’unica preferenza va a Biagio Marin.

Per quanto concerne i filoni letterari nei quali i poeti si inserirebbero, le risposte trovano il proprio centro nell’avversione a qualsiasi forma di autoclassificazione, nonostante le linee più evocate siano quella intimista (20%) e quella civile (10%); quindi una moltitudine di piccolissimi filoni (realistico/ romantico/ esistenziale/ simbolista/ metafisico/ visionario/ umoristico-satirico/ poesia dell’esodo).

In questo capitolo, dedicato all’estetica ed ai modelli, si fanno più profonde le considerazioni sulla scrittura. Nacci parte dall’esiguità di una produzione poetica dai risvolti umoristici, satirici, cinici o sarcastici, ma la sua perlustrazione evidenzia autori come Carolus Cergoly, Manlio Malabotta, Sergio Penco, Ugo Pierri e Paolo Universo, i cui testi apparvero nel 1972 sul primo numero dell’Almanacco dello Specchio accanto a quelli di Seamus Heaney, Premio Nobel.

Apro a un commento di Giampiero Neri su Paolo Universo, autore pubblicato postumo frettolosamente, e senza una ricostruzione filologica della sua esperienza letteraria. Neri ricorda Universo, così, su Teatro Naturale: “A pubblicarlo, su un giudizio favorevole ma alquanto oscillante di Sereni (passavano i mesi – scriveva Universo in una sua poesia – ma tu, Sereni, col cavolo che mi rispondevi) aveva contribuito anche il parere positivo di mio fratello, lo scrittore Giuseppe Pontiggia, che allora faceva parte della redazione dell’Almanacco mondadoriano. Le poesie di Paolo Universo potevano piacere o non piacere, ma era difficile ignorarle. Molto della sua personalità, scontrosa e anticonformista, era presente nei suoi scritti, come le sue graffianti e irridenti invettive, più di superficie peraltro e prive di rancori. Ad opera di un gruppo di amici triestini, queste poesie tornano adesso a formare un nuovo libro con un gruppo di inediti che ha per titolo Delenda Trieste. Trieste, come si sa, è una delle più belle città del mondo ma i suoi abitanti amano lapidarla”.

Indubbiamente i poeti citati sono stati i protagonisti della scena a Trieste, assieme ai dialettali Claudio Grisancich, Annamaria Muiesan Gaspàri, Giorgio Depangher e Giancarlo Sirotich – questi ultimi tre poeti sono originari dell’Istria, esuli alla fine della seconda guerra mondiale: Nacci nel capitolo “Poetae terrae, pelagi, urbis”, dove si possono trovare altre riflessioni di carattere sociologico e antropologico, motiva l’inserimento “in favore della prima, per il suo documentato e preciso programma di salvaguardia del dialetto piranese […]; del secondo, per aver battuto nella vita e in poesia la cultura della convivenza tra triestini, sloveni e istriani; del terzo, perché la sua poesia tratteggia bene, a nostro giudizio, l’immaginario tipico dei poeti istriani, la fusione idilliaca di due mondi, quello agreste (Carso, 1989) e quello marino (El mar xe altra acqua, 1994), in una sola realtà sublimata”.

Privilegiano un immaginario di città invece, travolti dal “bombardamento del grande centro commerciale” o dal “mondo delle merci”, Roberto Dedenaro e Fabio Doplicher – quest’ultimo curò tra gli anni ’80 e gli anni ’90 anche importanti e monumentali antologie come Poesia della metamorfosi (Roma, Quaderni di Stilb, 1984), Il teatro dei poeti (Roma, Edizioni Circuito Teatro Musica), Antologia europea. Le prospettive attuali della poesia in Europa (Avezzano, Stilb, 1991).
Un’ampia sezione viene dedicata alla poesia slovena, molto attiva culturalmente in città, ed incarnata da autori quali Miroslav Košuta, Marko Kravos e Aleksij Pregarc. Per quanto riguarda altre minoranze linguistiche e culturali, si cita la presenza di un grande poeta croato, Drago Ivaniševic, che in italiano è stato tradotto pochissimo.

Il continuo rimescolare le carte della storia ha fatto di Trieste un laboratorio interessante, ed oggi per mezzo di una comunicazione efficiente (agevolata anche da internet grazie a cui sono stati spediti la maggior parte dei questionari) le tendenze letterarie della città sono state ricostruite, con notevole attenzione ad ogni minima scossa o movimento. Il risultato è un quadro dell’avventura “poetica” della città, che non si ferma agli autori citati, ma segue il percorso su fino alle ultimissime generazioni.

Le ultime significative parole del saggio di Luigi Nacci, richiamano non solo la lapidazione di Trieste come “modus vivendi” del triestino, o la sveviana fine del mondo (e, satiricamente, dell’esistenza parassitaria dei poeti), ma il compito sociale della nuova cultura cittadina: “Se l’intellighenzia triestina avrà il coraggio di guardarsi realmente allo specchio, spogliata dei pizzi e dei merletti del passato, delle retoriche e delle mitologie, crudamente, forse una nuova stagione culturale e letteraria avrà la possibilità di fiorire. In caso contrario la città continuerà a inaugurare busti di bronzo alla memoria di un tempo tramontato. Saba, Svevo, Slataper, Stuparich, Joyce rimarranno a rinverdire le cronache cittadine. Fino al giorno in cui un triestino «fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie»”.

In attesa di questa nuova stagione, nella speranza che il saggio di Nacci non motivi l’ulteriore posizionamento di busti votivi a Trieste, abbiamo la possibilità, come lettori, di approfondire gli elementi che questo lavoro dissemina, la cui estrazione più che farci arrampicare nelle viscere della terra, dona spazi e possibilità alla nostra immaginazione, su, fino alla fine dell’Adriatico.

Pubblicato su Fucine Mute Webmagazine 87

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