Cani e porci – Ca ti vò gàrde u lampe, di Domenico Brancale

E’ quasi un anno che trovo e perdo e trovo e perdo le parole per recensire Domenico Brancale, e i suoi libri (4). Ci provo a partire da questo post, tentando di relazionarmi dall’interno della condizione del soggetto evocato da questa scrittura.
Innanzitutto Cani e porci (Ripostes, 2001) è la prima raccolta di Brancale, lucano.

Se hai mai visto
un gabbiano non volare
Se l’hai mai visto
buttarsi a pioggia sulla terra
come se fosse stato
da un temporale di sguardi invidiosi
abbattuto
Non c’è aria che possa sorreggerlo
Non vi nego
che avrei desiderato
alla follia essere quel gabbiano.

Già dal primo testo, possiamo capire l’abito visionario e paradossale dell’esistenza di questo gabbiano-mondo-e-forse-ad-un-certo-punto-uomo, da noi osservato e per noi vivente, destinato alla fine; già dalla prima poesia c’è un darsi della scrittura in un continuo uso della negazione, che si lega all’accettazione di essere, di essere ad un certo punto qualcosa di altro e di arrivare a non essere più, un non essere-soggetto però capace un giorno di parlare da un’assenza, ancora capace di scegliere, di cambiare pelle, di testimoniare.
Tuttavia, prima di arrivare a queste considerazioni, c’è un violentare del poeta durante la lettura del libro che viene associato ai luoghi, agli animali (mia madre/glielo torceva il collo/a quel gallo/a quel gallo della buon’ora/senza aspettare che cantasse), un violentare degli elementi naturali, delle azioni degli uomini, c’è l’immagine di una umanità che ha denudato pure il cimitero, che non gliene frega – per questo il trafiggere, sotterrare, buttare, schiattare, trapassare, scagliare, straziare, sbattere di questa poesia?
Non a caso il testo finale della raccolta svela il tema, come uno schiaffo:

Sono certo che ci sarà un giorno
in cui mi sveglierò morto
E allora non avrò
le stramaledette parole per salutarvi
Addio cani e porci.

Utilizzo di alcuni termini, ridondanti, a supporto del tema principale

1.Il pensiero: è qualcosa che si lega all’ontogenesi, dalla nascita alla morte del soggetto; è un elemento del testo che una volta vorrebbe spegnersi, sbattere contro il muro, farsi tagliente, rompersi la testa contro uno specchio, oppure sciogliere grovigli, abbandonarsi (No ’mma fìue a ’cchiù/di pinzà. – nella doppia traduzione: Non mi regge più/ il pensare, Sono Stanco/di pensare) o non contenersi, aprirsi come il cielo nella sua escatologia:

Nessuno mi contiene
che sembro tanto quel fiume
dei tredici anni
che s’inghiottiva pietre
ginestre e rami spezzati
e chissà dove andava a morire
Sempre a questo ho pensato.

2.La pazzia: la visione oltrepassa i limiti della ragionevolezza, e il soggetto ne è conscio: il vuoto a cui giunge il pensiero “chiodo d’acciaio/che non la smette più di conficcarsi” viene catturato dalle “pietre scagliate/ da un pazzo/Questo tempo che non mai passa.”, si incatena agli uomini “tutte i’ssutte pacce – tutti usciti pazzi”, si ferma sui voi “sordi/e pure ciechi”, addirittura può giungere ad “essere il pazzo del villaggio” che taglia a “pezzi con l’accetta”… o altrimenti, il calabrone:

Certe volte mi manca la voce
allora come uno spiritato
torno al paese
m’impunto sui burroni di Caperròne
e il fischio dell’aria sottile
taglia la lingua
e mi ricordo la parola
Aveva ragione chi mi diceva
Figlio mio
sei come il calabrone nelle orecchie
che non la finisce più di ronzare.

Infatti, in un altro testo, sullo stesso “orlo” di pazzia, il poeta sente “il graffio mucoso della morte”, ma per non sentirlo si farebbe appunto “animale/un fiore/un filo d’aria nei campi/una sola goccia d’acqua/ogni manifestazione priva di coscienza” poiché è “in questi sogni” che imita la bellezza, che si abbatterebbe nuovamente come un “sorriso/tra la gente”.

Cosa c’è, dunque, nel fiume che – così pare – nessuno potrebbe contenere, nel volo del falco, nella ”fucilata/piantata dentro al cuore” tra la vita che sta da una parte e dall’altra la morte?
In una massima vorrei riassumere questo primo libro di Domenico Brancale, e asciugare come un vento quell’io-goccia per sentire il sole “battere dalla mia parte”, sentire la possibilità che qualche volta ci tocca e a cui vorremmo aderire sempre:

La svolta è ogni momento che respiro
che decido come ieri di cambiare
che sono fermo ad aspettare.

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