Chi romperà l’assedio? Elio Pecora: come il nulla danza nel tempo

Siamo nella notte, nella “paura di essere cacciati / da un recinto indifeso”, il mondo. Che questa oscurità sia preludio d’alba non ci è dato sapere, poiché dei giorni viviamo solamente quell’andare veloce che, al tramonto, dona risicati grumi di storia, astratte finzioni di vissuto, elementi che si accumulano nel vuoto percepito da questo nostro restare che in apparenza non muta.

Con “Nulla in questo restare”, pubblicazione de Il Ramo d’Oro Editore – http://www.ilramodoroeditore.it, Elio Pecora indaga gli effetti sull’uomo della crisi del modello storico; l’autore danza sul nichilismo, sull’idea di stare dentro un immenso vuoto, come se si fosse appostato per anni nei pressi, come se avesse accerchiato con la poesia quelle mura filosofiche, costruite di pensieri e ammuffite dal tempo; come se avesse fissato l’accampamento delle sue domande senza la possibilità di circoscrivere esattamente le risposte, che rimangono aperte come ferite e ci assalgono perché non le sappiamo ancora impugnare.

Si tratta di un assedio al territorio del già conosciuto, affinché da questa azione fuoriescano mitologie, volontà, prospettive per abitare nuovamente la terra. E’ anche una battaglia simile a quella di Alesia, poiché come individui la stiamo combattendo verso l’interno, verso ciò che reagisce del concetto di sé, questo “io” che abbiamo sviluppato e che si è sviluppato prima a partire dalla visione mitica delle civiltà antenate e, successivamente, da quella storica a partire da Erodoto fino ai giorni nostri; e la stiamo combattendo trincerati pure verso l’esterno, che è fuggevole, altamente dinamico, che si vorrebbe insinuare con le piccole e grandi fiction, con l’orrore che attacca e noi in difesa, con il vivere a metà tra illusione e realtà, tra il cercare e l’essere lontani dalla meta, tra i pochi elementi raccolti nelle esplorazioni e la presenza del “mai” esplorato, dell’ineffabile, di un futuro non decifrabile.

Elio Pecora è, in questo caso, uno degli assedianti e allo stesso tempo degli assediati: combatte una battaglia di civiltà motivato da un principio di bene ancora senza nome o a causa di un male affamato da quel bene; ma chi conduce questa battaglia? Quale Cesare? E chi romperà l’assedio?

Già nel 1959 Ernst Jünger in “Al muro del tempo” (Adelphi Edizioni, Milano, 2000), osservando l’individuo dotato di “piano” storico, riconosce ad una prospettiva superiore, quella creativa, l’aver delimitato, circoscritto, reso originale e autorevole il piano dell’uomo nella trama di una civiltà; quindi i piani dell’uomo (e degli uomini che compiono il destino, annodandosi ai sentimenti che nutrono sul mondo e tesi verso la risoluzione della loro inquietudine) agiscono sempre dentro il piano della creazione.

E questo piano in cui agisce l’uomo è sempre un’azione oltre, poiché una delle caratteristiche della creazione è la libertà dell’artefice a cui tocca pagare, nel processo di formazione, la messa a punto delle innovazioni, il giusto tributo per poter utilizzare appieno e con forza la nuova “operatività”.

Seguendo Elio Pecora, l’inesauribile energia che spinge e consuma nel giorno veloce si arresta, cede e scende la notte che costringe a cercare, osservare, catturare la luce dove essa presenta: non a caso il poeta sceglie questa scena per lasciarsi nel fuoco, simbolo di quel cambiamento che bisogna alimentare, della modalità che si fa luogo, che si apre e che conduce ad altri piani. Quel fermarsi sulla soglia per riflettere è la cessione, il pagamento con la vitalità nella creazione.

L’autore denuncia anche la mancanza di forza nelle prospettive culturali: la fame rimane ed è per questo veloce passare, sospeso vuoto, che il bisogno aumenta; il pianto sale incontenibile a causa dei volti e dei gesti che affiorando dal passato ci ricordano la limitatezza della vita – nell’individuo l’essere si fa misurabile, determinato.

Eppure siamo attratti da lontananze, da terre selvagge di amore che vorremmo rinominassero le strade, le cupole e i templi, / le regge aperte sotto i cieli viola, / gli obelischi e le esedre sotto i bar, / e ancora la sequela di finestre / fino ai ponti sul fiume; ma questo ancora non accade.

L’assedio durerà a lungo, e prima che i poeti facciano la loro comparsa nella società non più come profeti o arruolati tra le retroguardie culturali, ma come rappresentanti della collettività, passeranno molte notti e molti fuochi. Consoliamoci con l’aver accerchiato il nichilismo, e con una voce che è poesia alla ricerca di altre misure da dentro il limite, ma guardando in avanti, oltre:

In ogni spigolo o lembo, dietro le viscere e
il cuore, s’aprono spazi imprevisti e ancora
abissi e cunicoli.

Nel corpo un nemico che, di istante in
istante, sfiacca, minaccia.

Stremato da questo che chiama io. Non riesce
più a contarne i tradimenti, le vendette. A
parlargli ininterrottamente di sé, quando per
umori segreti, per casi insondabili, è
contento; ad esaltarsi primo e presente.
Quando s’accusa lacero e deluso, a renderlo
sordo e cieco.

Nei sentimenti, dichiarati, svelati – attimi
di abbandono o di ebbrezza – un che di
eccessivo, di recita, di certezza insistita:
che piuttosto procuri la certezza dell’altro.

Poi i conforti, le tenerezze: in essi il
bisogno di compagnia, la ricerca di una
vicinanza – impressa nell’errore: la mano che
annaspa nel buio incontro all’altra mano, per
restare, procedere.

da “Il Domenicale”

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