I morti di Bora Ćosić e noi vivi nella poesia di Berlino

recensione a I morti – Berlino delle mie poesie, edito da Mesogea by GEM s.r.l., Messina, 2006; prefazione di Predrag Matvejević, a cura di Silvio Ferrari; pagine 184, euro 13, ISBN 88-469-2053-8

Bora Ćosić è un poeta di origine serba, nato nel 1932 a Zagabria.
Nel 1992, in seguito alla dissoluzione della federazione jugoslava e a causa della sua personale opposizione al crescente nazionalismo, abbandona la Serbia.
Sosta tre anni in Istria, a Rovigno; si trasferisce nel 1995 a Berlino.

I morti – Berlino delle mie poesie (Mesogea by GEM s.r.l., Messina, 2006; prefazione di Predrag Matvejević, a cura di Silvio Ferrari; pagine 184, euro 13, ISBN 88-469-2053-8) nasce da questa condizione di “esilio” spontaneo di uno tra i più importanti intellettuali della ex-Jugoslavia.
Nonostante l’incipit del libro dia la notizia della morte di un caro amico dell’autore, nella raccolta prevale il tema di un individuo metaforicamente “morto”, di cui si ricordano le vite. Il “morto”, infatti, si compone di numerose personae, personaggi-maschere della riflessione sul quotidiano e sulla storia, presentate dall’autore nello svolgersi dell’opera.
Interessante nella costruzione dell’opera è una narratività sonora che spesso si fa flusso: la traduzione solo in parte restituisce la bellezza di alcuni passaggi in lingua originale. A primo acchito, questa di Ćosić, pare una poesia che parla di fatti “quotidiani”, ma la costante presenza della trasformazione dei simboli – uno all’interno dell’altro per mezzo dell’elaborazione della scena – dona al racconto plasticità; il flusso si lega al realismo, creando immagini impreviste, tensioni drammatiche.
Quindi il contesto, su cui si impianta il libro, da un lato si presenta come “personale”, “quotidiano”, “realista”, dall’altro si fa visionario, surreale, politico.

Innanzitutto, durante la lettura, assistiamo allla moltiplicazione dei personaggi del libro (scrittori, cineasti, attori, politici, agenti segreti, persone comuni) quasi come in un film: è un continuo accenno a storie con esiti apparentemente differenti, che si accompagnano, come già accennato, al processo di elaborazione delle immagini, per mezzo di numerose didascalie.
Il “quotidiano” racconto di Ćosić si relaziona tra passato e futuri “possibili” – non è dato sapere se siano accadimenti propri dell’autore o delle altre personae o inventati di sana pianta.
Lo spostare, nel testo, la lancetta nella descrizione di una scena, permette alla narrazione e ai suoi meccanismi di risultare credibili tra le possibilità di un “nuovo”, sempre vivificato, utopico o critico, punto d’osservazione del presente.
Infine, aspetto rilevante è pure l’ergersi dei luoghi a personaggi – non a caso si parla di una Berlino delle mie poesie -, una realtà “geografica” in grado di entrare nella metafora, in grado di far rivivere i luoghi (le vie, le piazze). E i “morti” hanno un corpo grazie anche ai sedimenti “geologici” della vita e della storia di una civiltà.

Predrag Matvejević, grande intellettuale bosniaco, nella prefazione parla di una poesia triste, che ruota attorno ad una grandissima solitudine, l’asilo-esilio germanico di Bora Ćosić: “Queste sue passeggiate in compagnia dei morti [..] costituiscono una delle più alte testimonianze della letteratura dell’emigrazione europea”. Sono gli occhi di Matvejević quelli di un amico, ma conoscono bene la strada dell’artista poiché la vivono con dignità, giorno dopo giorno, anche sulla propria pelle; sono gli occhi che squadrano la denuncia che Ćosić con ironia e sarcasmo introduce nel libro, la denuncia degli intellettuali ex-jugoslavi che hanno venduto se stessi e le proprie utopie per i vari nazionalismi: la possiamo ritrovare nella poesia, incalzante flusso, dal titolo “Gigante” (a pagina 61): la narrazione è incentrata sulla figura di un poeta del paese dell’autore, talmente grande da arrivare al “quarto piano”, capace di sapere ciò che accade alle “ragazze in soffitta/e nel letto del malato/dello stesso corridoio”, “capace di deviare tutto il fiume/dal suo letto/di sollevarlo sopra i suo occhi/come una radice/di osservarlo accuratamente/e rimetterlo al suo posto”.
In questo testo poi la descrizione si rielabora, e il “grande poeta” non è più quello capace di animare l’”Oceano del linguaggio”, purtroppo è “seduto fra gli assassini/allo stesso tavolo/chissà come ha fatto a mettercisi/forse si è rimpicciolito nel frattempo/forse ha dimenticato/come aveva trattato il fiume/che oggi è ghiacciato/perché non se ne serve/come di una mazza”.
La carica sovversiva – dove il sovversivo è l’aderire con dignità alla propria utopia e visione di miglioramento – fa in modo che questa poesia, abitata sì dai “morti”, da coloro che forse muoiono nel paese di un passato “personale”, restituisca una riflessione viva e attuale.

Resterebbero da indagare i rapporti tra questi “defunti” e il realismo magico dell’autore… ma già possiamo, come Apollinaire stupiti, danzare con i personaggi della raccolta sulle note di Strauss che escono da un “rubinetto elettronico”; possiamo guardare il muro dalla cella di Mandel’stam, esiliarci come Brodskij, visitare la tomba di Joyce e “gettare un pugno di terra”; non prevedere, assieme a Tesla e a Stephenson, come possa ribollire “la pentola” o funzionare “la centrale elettrica della nostra fratellanza”.
I soggetti, a cui l’autore assegna i “compiti”, a cui sono affidate le narrazioni e i “messaggi in bottiglia” per il lettore, sono spesso personaggi del cinema, dell’arte e della filosofia… immaginate Cechov in compagnia di celebrità quali Truffaut, Amleto, Kant, Paolo Uccello, Lisa Minelli, Fellini, Gozzilla, King Kong, Cristo, Svevo, Flaubert: ognuno di essi nutre uno scopo preciso, far “sparire” il corpo dell’autore, decomporlo, fare in modo che ci sia un “trapasso” da quest’ultimo e che possa rimanere solo la sua testimonianza, come scritto nella poesia che conclude l’opera, “Exitus”.
Non di rado accade di imbattersi in altre storie prese a prestito dalla cinematografia, tra agenti, investigatori e polizie segrete; è un lavoro da 007 per una “potenza straniera” della “saggistica”, pare domandarsi l’autore – e a farsi questa domanda è uno scrittore protagonista negli anni del disgelo tra est e ovest che pure si meraviglia “di non essere ancora finito sotto inchiesta”… mi preme ricordare la forte, se non fortissima, girandola d’aria, da quel 1969, anno della pubblicazione del romanzo Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale (edizioni e/o, 1996), epopea social-irriverente e quindi mal vista dai commissari jugoslavi.

Grazie all’esperienza di scrittore nella Jugoslavia di Tito (e non solo) Ćosić si dimostra sensibile a ciò che accade agli uomini, “processati” dalla società attuale.
La sua scrittura si relaziona alla “storia”, quella che si sta “sfasciando in dettagli” per via di una globalizzazione che non solo costringe il “rumeno” a vendere “berretti di pelliccia russi/e le perline che vengono dall’Africa”, ma che spinge a causa del “flusso” di “merce e idee” alla conquista di una impossibile Stalingrado, un nuovo Reichstag, quello dove ogni mistificazione è possibile.
E’ una fotografia interessante, che viaggia nei fatti storici con l’ironia del non sapere “come fare a globalizzare” il proprio sé, “come se uno avesse inserito gli atti/sovietici dell’anno 1929/sulla collettivizzazione/tra le carte del nostro parlamento” – e ad osservare la mancanza di “memoria” e di “intelligenza” nei comportamenti di molti parlamenti del mondo, non ci si stupisce della critica di Ćosić dove questi sente di perdere “l’ultimo scampolo di terra/ attorno alla” propria casa, in attesa di essere “condotto nelle campagne collettive”, nei continui imbrogli politici e culturali che dovrebbero portare “molti benefici” – probabilmente solo agli amici dell’intellettuale “Gigante” o ad altri polifemi, incapaci di ascoltare i tanti nessuno.
Inoltre, il viaggiare nel tempo (non solamente nella storia) è un artificio della scrittura dell’autore: c’è, nella raccolta, una disseminazione di tantissime time boxes, di scatole nel tempo del testo, atte sempre a discutere il nostro presente: “non c’è molta realtà/nei nostri appartamenti/l’avvenimento/si è già svolto/come quando arriva/una lettera d’oltreoceano/dalla quale fuoriesce/un tempo/passato remoto”.

Come Mosè, dunque, questo scrittore ci fa attraversare “i canali grigi” di Postdam, “la gialla costruzione della Filarmonica di Schauron/la chiesa del profeta Matteo/e la Galleria ideata da Mies”; si sposta da Zurigo al New Jersey, torna a Belgrado per mettersi la camicia, attraversa le “Alpi del nostro appartamento” e giunge a Berlino “con un piccolo ritardo/sull’orario di volo”.
Decisamente sa quello che fa, poiché nella metafora lo descrive.
Spesso, afferma, qualcuno fa atterrare “un vecchio modello”, in una “zona del letto/come su un prato”… e per fortuna che la “pista è chiusa/fuori uso” e “il letto fa germogliare la sua preistoria/da dove spunta l’erba/dalla poesia di un altro” e “tra poco tutto sarà coperto di piante cresciute”.
Forse un giorno fioriremo.

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