Inventario. Sul libro di Claudio Grisancich

L’archivio in uno scantinato, qualche lampadina elettrica e luce intermittente per accenderlo, file di libri di diversi colori con nomi variegati, sigle, numeri, e flebili voci da lontananze; memorie che attendono di essere riscoperte, invisibili mani che ne sistemano di nuove come se non avessero fine i dettagli del mondo, come se non si potesse veramente scoprirla tutta questa stanza senza avere l’impressione di una mancanza ulteriore, di un lavorio continuo, di risistemazione delle esperienze nel senso.

La raccolta “Inventario” del poeta triestino Claudio Grisancich, pubblicata con Il Ramo d’Oro Editore – http://www.ilramodoroeditore.it, nasce sulla rivalutazione del passato nel presente della vita di un uomo; ordinando fatti, oggetti, espressioni di un dialetto ancora vivissimo a Trieste, l’urgenza di questa comunicazione punta su un linguaggio immediatamente comprensibile.

Una tecnica nel processo di formazione, utilizzata dal poeta per alcune poesie, è l’accumulazione dei referenti o, più semplicemente, dei significati che conosciamo via via da sequenze di parole; apparentemente senza una logica, questa tecnica potrebbe far pensare ad una sistemazione caotica di quadretti, familiari, di vita. Questo processo lo si osserva a partire dalla prima poesia che dà anche il titolo all’intero volume di versi: “la cartoliata el citrato – le diferenziali el giro / d’italia coi piatini – le papuzze a quadreti […] ’pena finì la guera – el mecano el traforo / el sei che ‘ndava – barcola fin squasi / dentro in acqua – fred aster e ginger rogers / che dio li benedissi […] le palpadine in cine – che le mule no’ lassa / i martedì de anita – i fighi soto rum / giani stuparich mi – su’l ponte de la roia / paolo universo quel – che no gavemo più / ma che savemo – de ‘ver avù”.

Il poeta sceglie tra i referenti e decide a favore di quelli il cui significato è per lui interrelato con altri, sia all’interno del verso che del testo, e più in generale con la raccolta nel suo complesso; l’evocazione che ne risulta è dovuta alla particolare pesca di questi referenti, e lo strumento caro a Grisancich per recuperarli da abissi inconsci è il ricordo inteso come nuova possibilità di azione, come nella poesia “mecano & traforo”: “Putel che iera / do desideri lo tormentava […] Do scatole iera […] In una, pici / ordegni de oficina […] E po’ in quel’altra / scatola stava un / ordegno che ‘dopra / anca i grandi […] Putel diventà grando, / el mecano iera ‘ndà / perso in-t-un trasloco / e lavorar a traforo / mai ghe iera / ‘ssai piasso […] L’omo che conosso / no’l ga man par gnente / altro che no’ sia / lissar la pagina de un libro […] o scriver de un mecano / e de un traforo / godùi patindo / davanti ‘na vetrina / de zogatoli”.

Aspetto che fuoriesce dalla scrittura è anche quel comunicare i lutti come segni per tratteggiare contrasti tra cose che simbolicamente oggi possiamo relazionare – la vita e la morte -, ma che probabilmente in tempi preistorici o in arcaiche età dell’oro erano unite concettualmente (il cielo e il mare assieme prima della creazione, prima del nominare la differenza tra soggetto e oggetti del mondo istituendo limiti, contorni) come in “Gnente no’l sa”, poesia dedicata a ela / (che no’ xe più): “Gnente no’l sa – d’i loghi oltra l’acqua. / L’aqua lo ferma – e in-t- el’istesso ciama. // Alora el scrivi quela – longa letera a quei / che ga l’istessa pena. – Tuta la note el pensa: / la letera ghe diol – ma eco che’l vedi / diventar ‘na barcheta – pronta a smolarse / andar via su l’onda. // El mar ga drento – un scuro inchiostro / che ris’cia de zumbarla – ma lu’ spera che un vento sufi ciaro dei monti – e s’gionfi via lontan / quela su’ picia vela. // La note xe un tormento, – la se ghe senta in peto / (vecia balorda) – e no’ la porta sogni. // Alzandose de’l leto – el pensa a un segno (un solo): / de trovar in cusina – nosomi: fora posto / la sedia sua de ela – sentada e ‘ncora tepido / là su la tola do’ – la pozava el brazzo. // E là se ghe dismissia – le sere sue de picio / ‘spetando che ‘rivassi – san nicolò de bari.”

La raccolta si fonda sull’idea che il ricordo possa essere trasformato in nuova operatività, e che il presente seppure tormentato possa essere rielaborato attraverso la cognizione della morte, forzando il limite della sua impenetrabilità, affinché una nuova unità possa soffiare:

Requiem

Su le lastre de fora – cori la piova. Lagrime
sghembe che storzi i visi – e le parole che disi
quele boche. Lu’ parla sempre – el conta de ela.
De ‘na corsa
el conta contro el tempo. – Dalla dimora del Signore
alcuno mai ritorna – (cossa mai disi quel prete?!)
Sfredissi el magnar in tola – sfiorissi el vin in-t-ei biceri.
Gran festa in questo giorno – nella dimora del padre.
El se strania, el la vedi – che par la dormi e dormindo
la se insogni de lu’ – che disi robe de rider
e i ridi assieme e altro, – dopo, gnente. Amen.

da “Il Domenicale”

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