La controffensiva degli aquiloni. Nel Poema disumano di Luigi Nacci

Se tu
chiudi gli occhi
e mi baci,
tu non ci crederai
ma vedo
le mille bolle blu
e vanno leggere, vanno
si rincorrono, salgono […]

Così Mina, in Due note del 1961, cantava a squarciagola. Analogamente “ci vorrebbe una bolla, bella, blu” per salvare la nostra pellaccia dal Poema Disumano (Cierre Grafica, 2006; collana Opera prima a cura di Flavio Ermini – direzione@anteremedizioni.it) di Luigi Nacci; un grande recipiente di frescura per stemperare le lunghe estati torbide, o qualcosa di più interessante – sebbene sia davvero difficile trovare un oggeto meno splendente – dei “cacciabombardieri” e delle loro “bombe intelligenti” per riscattare “l’uomo in bilico tra la Vita e la Morte/Tra la Vita che sta per venire/E la Morte che sta per andare/In quell’attimo che non esiste e che non si può spiegare” – dal testo L’Orco, Alla discarica del Signor Postmoderno, prima opera dell’autore, ancora inedita.
L’obiettivo di Nacci, e di questa opera in bilico tra sperimentazione del linguaggio e realismo, è di portare a galla la nostra arretratezza, il non voler prendere decisioni, nonostante le capacità di abbracciare le “mode”, linee che possono farci comodo, ma senza un obiettivo a lungo raggio, un’azione meditata. “La diagnosi è presto/fatta: paralisi e mutazione”: il libro è una radiografia dei nostri scatti effimeri e delle ritirate impaurite; tutta la nostra socialità viene ricostruita attraverso un linguaggio in collisione, in battaglia con se stesso, con le vertebre rotte.
Due macrosistemi si mischiano, la riflessione politica e quella sulla sessualità, e su questi assi poggia buona parte dell’operatività del sistema “opera”.

Se Nacci si trovasse a “Porta a Porta” con i lettori potrebbe tranquillamente dare in pasto questi due testi “politici” (pag. 16, pag. 23) e altri referenti non dissimili:

Se non saltiamo in aria scoppiettanti,
mendichiamo ai margini delle mischie
o dei massacri, in tanti, come mosche.
Mastichiamo mansueti, a morsi miti,
mozzando prima mani e poi midolli
rammolliti – ma mai mangiamo i musi
ai morti. I corpi, li ricomponiamo
mesti, membro a membro, parti su parti.

Siam sazi d’esecuzioni sommarie
spalle al muro e morti ammazzati in cella,
di sbudellamenti marrani, ronde,
ranci sciacquabudella. I disumani
sì, si fanno rastrellare e non serbano
rancore – ma rimembrano. Marziali
e disarmati partono alla guerra:
la parola è la loro scimitarra.

E ancora: “solo in sogno andiamo all’arrembaggio” (pag. 24); “tutto, pur di non partire in battaglia” (pag 24); “E’ il dopoguerra la sciagura vera” (pag 25); “Lì, con i binocoli ben a fuoco,/cerchiamo Dio o/le sue coordinate” (pag. 26); “Arresi, senza opporre resistenza” (pag 28); “esplodiamo in strada due o tre petardi/per riscaldarci. Domani verranno/a dirci che siamo dinamitardi. (pag. 32); “Sebbene sodomizzati da eserciti […] – Ssssst! S’aspettano in silenzio, gli assalti” (pag. 33); “Appisolarsi è piuttosto improbabile/per colpa degli spari” (pag.34); “Rognoso è il burocratico disbrigo/delle pratiche col torturatore” (pag 35); “Di noi si rammenterà la pallottola/piantata nella tempia in ritirata […]l’autocritica prima dell’attacco/la strategia elaborata a casaccio.” (pag. 37).

Per quanto riguarda invece la sua possibile scrittura di un “Lucignolo”, amorevole è questo testo (pag. 18) arredato da alcuni rimandi intratestuali:

I nostri sono amori periferici,
troppo tisici per tenere testa
alla vita. Nell’ultima volata
rallentano, s’intronano al traguardo,
stanno attoniti, tonti, catatonici.
Lo sguardo di chi è rimasto di stucco
e il volto sudato. Il palato secco
del maratoneta mai arrivato.

E nuovamente: “Far l’amore è raro da queste parti. […] Ad essere sinceri, amoreggiamo/segretamente con gli invertebrati (pag.21); “Abbiamo in bocca baci abominevoli/bramosi di bordello […] Ma abbiamo anche tabù” (pag24); “Siamo amanti asmatici e stomachevoli” (pag. 31).

Sopravvive la tensione al realismo magico, una sorta di piacevolissima intrusione della letteratura per l’infazia, come nel secondo testo a pag. 19:

Abbiamo labbra imbubbonite e scabre
per la sete e febbre da polmonite
e una salute insalubre. L’estate
brucia le epidermidi, ci fa glabri,
c’abbrustola sulla brace e ci sbrana.
Non basta una gabbana rabberciata
a serbarci umidi, né un’ombrella.
Ci vorrebbe una bolla, bella, blu.

Ed infine: “Accuciolati/tra i cespi, sulle pance delle lucciole/scribacchiamo poesie piccole piccole.” (pag. 19); “A volte allucinati dalla luna/capitomboliamo dalle altalene […] Innalzati i vessilli,/a gonfie vele in più di mille bulli/salpiamo alla volta dei maremoti.” (pag 30); “Elefantescamente, lemme lemme” (pag 36).

Asciugata la formatività di Nacci, sezionata in questa maniera e sondate le sue componenti, l’opera non può che stare in piedi e, grazie all’ideologia-stampella, quella dell’uomo a cui è saltata la gamba su una mina, scuote, nonostante il linguaggio ricercato. Non a caso in postfazione Iain Chambers parla di “viaggio dentro il linguaggio” e di “isole di parole”.
Ciò che per Flavio Ermini, invece, nella sua analisi, risponde all’obiettivo di “far capire che gli uomini si illudono di vivere” e le modalità grazie a cui Nacci fa compiere il viaggio, o “lo stesso giro fino alla stanchezza”, è, a mio giudizio, il grande precipizio del Poema Disumano: persone esperte riescono ad affrontarlo senza vertigini, ma è meno appetibile per i “disumani” probabilmente abituati alla molle pianura. Ma non è un problema di linguaggio: il fatto che vi sia solo ritirata, il fatto che non vi sia scampo, non ci sia più il guizzo, il fatto che sia solo fotografia dell’orrore o dei suoi inconsapevoli negativi, non è detto riesca sempre ad impressionare la retina, o a equilibrare la nostra postura nel mondo che, come si sa, è un fatto che dipende dall’orecchio e dal suo stretto rapporto con il cervelletto.

Poema disumano è sicuramente un’opera criticabile, ma è un’opera che si autocritica e si interroga prima della sua messa in onda? No, credo sia un passaggio, duro, da affrontare; un passaggio rischioso per lo stesso autore, ma non privo di inserzioni dolorose nella nostra carne, e non baci, perché al mondo e nella nostra socialità, come attraversamento del linguaggio, c’è questa guerra, di suoni e non, e va leggera, si rincorre.

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