Lozzli vulatei: Annalisa Teodorani

riflessioni a margine de La chèrta da zugh (Società Editrice Il Ponte Vecchio, http://www.ilpontevecchio.com/, Cesena, 2005, pag. 48, ISBN 88-8312-416-2)

Annalisa Teodorani ne La chèrta da zugh (Società Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena, 2005), in santarcangiolese, danza sulle sonorità della lingua della sua terra.
Si tratta di una realtà-scrittura la cui “traccia” è da ricercare nelle visioni mutevoli di una donna – ma potrebbe essere benissimo un uomo, che si è imbastardóid, imbastardito, correndo nel cortile dei suoi suoni – incorporando narrazioni di attimi, spazi-mondo, uteri del tempo, della sofferenza, del futuro, di una speranza, della memoria attraverso i vivi dei morti, della natura nell’andare dei giorni e delle stagioni.
Si descrive una società dall’atmosfera “rurale” – così la definisce Andrea Brigliadori in prefazione – frutto però di una rielaborazione simbolica sottile; il continuo sostituirsi tra oggetti e soggetti della narrazione è una costante tra gli elementi costitutivi dei testi: “Mo bsògna patói e patói sèmpra/éun dri cl’èlt, cmè i dè, e’ tu tu tun de tréno ch’u t pórta véa/e’ mi cór un pèz ad cla frovéa. (Ma bisogna soffrire e soffrire sempre/uno dietro l’altro, come i giorni, il tu tu tun del treno che ti porta via/il mio cuore un pezzo di quella ferrovia)”.
I repentini cambiamenti del punto di vista sono i responsabili delle musicali sequenze di questa lingua, anche note drammaticamente abbandonate nell’aria, corpi esposti, eventi trasposti fino alla morte, sentiti come l’ombra che non smette di guardare, che se ne sta acquattata in un angolo a cucire l’orlo dei giorni.
Con il segno della croce, una volta arrivato il momento, il cerchio di questa visione si chiude, ma l’ago e il filo, non fermano qui: questo farsi della poesia dentro gli oggetti, visti come accadimenti del quotidiano, o attraverso il ricordo delle persone conosciute (la madre, la nonna, il nonno), o nell’immaginazione di contesti da cui si dipanano i testi (il diventare madre, morte), non basterebbe a riconoscere il talento di Annalisa Teodorani e della sua scrittura.
Nelle lózzli vulatéi (lucciole volatìe), metafora del procedere nell’esecuzione della scrittura di questa poesia, l’improvviso aprirsi e chiudersi di meraviglie è il chiarimento dei compiti “estetici” dell’uomo…così la bellezza, in questo caso il nudo scoprire la sensualità tremenda del mondo che percepiamo nella ragnatela mossa dal vento e dal soffio delle sue parole, può volare in noi, vola via.
E’, questa della Teodorani, un’intelligenza che orienta l’opera fino alla completa dissoluzione dell’io narrante, trasferendo l’intimità e lo sguardo di paesaggi circoscritti in una serie di profondità, di piani di sequenze, che non fanno mistero di oltrepassare l’universalità della morte o l’illusione di un bene momentaneo: “A dvantarò la ma/ch’la da e’ lat me fiùl/ch’la guarda da la finèstra d’una chèsa nóva./E nóv te pròim e’ sarà inquèl […] e pu la mórta la s sluntèna/s’un burdlìn par chèsa (Diventerò la madre/che dà il latte al figlio/che guarda dalla finestra di una casa nuova./E nuovo all’inizio sarà tutto […] e poi la morte si allontana/con un bimbo per casa)”.
Alla fine non sappiamo cosa rimane, ma sappiamo che qualcosa rimarrà, perché c’è, e cambierà, cambierà come in E’ malàn dla nòta (Il rumore della notte): “E’ malàn dla nòta e’ sta/te fònd d’una cinchéa svóita/là do ch’u s racói e’ mèr/che ta ne vòid mo ta l sé ch’u i è/e ta l sint quant e’ cambia e’ vént (Il rumore della notte sta/nel fondo di una conchiglia vuota/là dove si raccoglie il mare/che non vedi ma sai che c’è/e lo senti quando cambia il vento)”.

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