Opzioni utopiche. I risultati si dispiegano

Si è sviluppata una sorta di dibattito sommerso sul tema del risultato in poesia, soprattutto tra Cepollaro e Giovenale, nei rispettivi blog e spazi personali, ma pure su Per una Critica Futura n°3.
Una delle critiche alla Neoavanguardia – penso a Petronio – verteva sull’introduzione in poesia di nuovi modi di segnare il testo “incomprensibili” ai fruitori; parte della questione veniva sottolineata da Petronio in senso strettamente politico, come reazione alla cultura di massa; queste critiche trascuravano completamente la trasformazione e le trasformazioni che, grazie appunto alla sperimentazione in diversi ambiti, recuperavano funzionalità alla poesia.
Ciò che sorprende è il fatto che, nell’attraversare discipline e tecnologie per approntare strumenti in poesia, in Italia, culturalmente, questo aspetto viene inserito, incasellato dalla critica, in un contesto di “rottura” col passato, con la “tradizione”, come se esistesse una esperienza precodificata, ancestrale e immutata, della poesia, interprentando i sentimenti degli stessi fruitori come standard, regolati da leggi assolute – aspetto, questo, ridicolo della critica italiana, residuale pure in quella d’oggi, poiché l’esperienza del fruitore contemporaneo di poesia è del tutto libera da questi condizionamenti, che forse incidono solamente nei comportamenti di una ristretta cerchia di sostenitori che ci credono…atteggiamenti che servono per fare “tendenza” tra gli addetti stessi?
Sì, finzione per pochi addetti: un osservatore/lettore/fruitore non se ne cura.
La settorializzazione operata da alcuni gruppi di operativi è una dinamica ampiamente codificata, e risulta stridente: oggi, tutte le modalità dell’arte sono comunicanti e l’informazione su queste si moltiplica e si differenzia non solo attraverso le scelte dei gruppi, ma tra gli sguardi degli stessi “utenti”, che colgono tantissimi dettagli nella stessa opera e associano l’operatività per mezzo dell’esperienza individuale…dunque, fruitori i cui comportamenti non sono per nulla certi, inscrivibili in insiemi predefiniti, da qualsivoglia nume tutelare.
Il presente, la contemporaneità, nel lavoro di un artista, è l’unico punto in cui l’opera si finalizza (e viene consegnata), ma il luogo della sua esperienza non si può avvalere solamente di strumenti statici, finiti, non prospettici, frutto di una mentalità che lavora su categorie, o ideologie che in senso estetico e politico non tengono più: “nati”, questi strumenti, sono presto “morti” a causa di un mondo che moltiplica a dismisura le informazioni, che le trasforma, che senza colpo ferire nasconde – il sipario dell’oblio delle informazioni cala quando meno ce l’aspettiamo.
In un mondo simile, c’è bisogno di ben altri strumenti per proseguire… innanzitutto possiamo abbandonare la mentalità ideologica/categorizzante (finora ha creato solo astruse contrapposizioni) e abbracciare la funzione utopica del nostro lavoro: il “risultato” non è altro che la derivata del nostro motore utopico (e quindi prospettico) ad ogni passo, e si può osservare tra le conferme e gli assestamenti di cui abbiamo bisogno in quanto poeti, poiché i meccanismi del mondo e la percezione dei feedback mettono in crisi le modalità utilizzate per la formazione dell’opera, periodo dopo periodo.

Alcuni collettivi hanno esplicitato una caratterizzazione forte: il caso di GAMMM è interessante nonché problematico, vista la sua settorializzazione a partire dal concetto di “poesia di ricerca”: ogni poeta – come peraltro Giovenale fa in modo impeccabile su Per una Critica Futura n°3 – individua aspetti critici per sé indispensabili ed esplicita i parametri della propria ricerca. Ma è rischioso che un gruppo specifichi, anche senza accorgersene o noncurante del problema, i contorni della società atta a giustificare il risultato – la società della “poesia di ricerca”? -, non favorendo la messa in crisi dei propri assunti metodologici: è come truccare il risultato all’interno di una comunità solidale.
Non ha senso, poi, sottolineare peculiarità a discapito di altre, ad esempio, riguardo l’osservazione dei fruitori – l’orizzonte dell’osservazione di un’opera da parte di una persona non è codificabile, a meno che non si voglia agire da copyrighter studiando e lanciando una campagna promozionale, fatto che equivarrebbe nel caso a fare un po’ di proselitismo tra persone che credono ad un determinato evento, non conoscendone altri.
Non credo si possa sostenere vi sia un “pubblico” che riconosce una “cosa” come la “poesia di ricerca” – al limite, si può dire, che qualcuno potrebbe farlo -: la ricerca non è una finalità; a interessare è la poesia e le sue opere.
E non c’è la necessità di fornire un quadro ideologico (o di esperienza del mondo e della scrittura), se non quello del poeta con tutta la sua integrità.
La proposta: permettere un confronto ampio… oramai le sperimentazioni fanno parte del fare contemporaneo, e i feedback che l’artista può ricevere sono molto più importanti per il lavoro futuro che non l’ideologia di gruppo in cui un lavoro si va ad inserire.
Il gruppo che si è creato grazie a GAMMM potrebbe ogni sei mesi invitare critici, blogger, intellettuali (operativi di vario genere, meglio se non “allineati”) a fornire un parere sulle opere e sui lavori proposti; un’apertura del genere equivarrebbe a far emergere i primi risultati, fornirebbe parametri per il dibattito, e non graverebbe sulle spalle del sodalizio.
Continuare ad optare per la settoralizzazione non può che generare via via un circuito chiuso di definizioni accettate in un contesto ristretto di operatori solidali (che è il rischio di tutti gli operativi dell’area della poesia) che poi non vengono avvalorati in contesti più ampi.
Frutto di un dialogo ristretto, le opzioni di gruppo bisogna “testarle” come comunicanti, cioè messe in condizione di generare risultati, altrimenti sortiscono l’effetto opposto.
Le sperimentazioni possono essere studiate, ma all’opera non serve l’ottica definitoria di base di un gruppo, poiché deve poter stare in piedi da sé al cospetto del fruitore. Un’opera che ha bisogno dell’aiuto della definizione, dell’ambito, esplicita semmai la debolezza di un fare teso ad alimentare le proprie tesi (tesi che, se va bene, interessano solamente una ristrettissima cerchia di persone).
Poiché credo ci siano opere e operatività di sicuro interesse, GAMMM potrebbe ripensare l’ambito comunicativo, superando la logica settoriale al fine di generare un confronto ampio, con qualsiasi mezzo.
C’è da dire che, se in genere fosse accettata l’apertura, la forma attuale dei progetti e delle riviste (anche in .pdf) si avvalorerebbe di numerosi feedback “esterni”, invece di risultare “contratta” dai soliti quattro, cinque, nomi.

Chi ospita nella propria riflessione la poesia sceglie autonomamente cosa leggere/eseguire, e lo fa in modo vario tra tutto ciò che gli viene messo a disposizione, senza bisogno di una spiegazione, senza appartenere ad un sistema letterario in opposizione ad un altro, senza che sia il critico a dirgli cosa/come leggere – la critica non ha più questa funzione, ne ha altre ben più importanti, dal mettere in crisi le “invenzioni” per vedere se tengono (e non attribuire loro un valore “culturale” perché espressione di “tendenze”) alle spinte progettuali tra l’area della poesia e la società.
La critica oggi riveste una funzione importantissima: preparare il terreno dove la cultura e i suo autori possano crescere e investire nuovamente il vivere, rispondendo anche alle sfere problematiche che il mondo genera di continuo.
Aderire ad ambiti di progettazione che esplicitano modalità ideologiche, stasi categorica, è controproducente; inoltre settorializzare modalità della poesia del tutto naturalmente accettate, parti integranti della contemporaneità, può generare il sospetto si voglia fare “tendenza” – non è più il caso nemmeno di scivolare per sbaglio, per ingenuità, in situazioni del genere.
Ogni modalità estetica scelta, attualmente, non attraversa più un dibattito reagente fatto di compartimenti, di categorie in opposizione tra di loro, di critiche e critici contrapposti, ma si esplicita attraverso tante opzioni comunicanti, tante quante i “fatti” trasmessi dagli “artefici” alle opere, tante quante la moltiplicazione dovuta all’interpretazione, soggettiva, dei fruitori.
Di conseguenza, qualsiasi interesse da parte di un gruppo di “appropriazione” o di “categorizzazione” o di “ideologizzazione” delle opzioni comunicanti, che sono il veicolo primo delle trasformazione, del fare, non può che far incancrenire staticamente ciò che per natura è a disposizione, che può essere accolto, o no, da altri; e l’opera perde quella parte di riserva naturale di carburante della sua comunicazione che favorisce la sua accoglienza come poesia.

Cepollaro pone gli accenti sul risultato, chiamando in causa gli spettri del dialogo, della selezione, oltre l’interattività; Marano esplicita l’idea che bisogna lavorare su grandi paradigmi: “Nel blog ricorre l’idea, esplicita o implicita, che la funzione della critica sia quella di porsi come la coscienza infelice della modernità: infelice e dissidente non per partito preso, naturalmente, ma in quanto persuasa dalla tragica evidenza del male e dell’ingiustizia. A volte, per un eccesso di rigidità che è difetto di rigore, la critica può riprodurre, sebbene capovolte, le stesse categorie mentali che vorrebbe contrastare: per come la concepisco, la dissidenza non agisce frontalmente sullo stesso piano dei suoi antagonisti ma si muove nel senso di una radicalità obliqua… è un’infezione che si espande, un virus latente, in attesa […] Da almeno due-trecento anni a questa parte la relazione possibile tra poesia e società si configura unicamente come un conflitto, uno scontro violento: per reggerlo occorre lavorare sui grandi paradigmi culturali, scendere in profondità, elaborare forme di opposizione ben più sostanziali di quelle teorizzate e praticate nel Novecento. Perciò, mentre credo che la riconoscibilità e il punto di vista sociale siano illusioni micidiali, l’esperienza personale mi ha semmai dimostrato che uno dei vantaggi offerti dal mare magnum del web è proprio quello di permettere la formazione di comunità “invisibili” ma non per questo inefficaci.”
Per quanto mi riguarda, non vorrei che questo riepilogo servisse solo a superare attriti generatisi a partire da alcune polemiche, poiché la posta in gioco è ben più importante.
Il termine della discussione è se l’opera (e in generale l’operatività culturale) veicoli a 360° per più di un giorno all’anno e non solo come singolo “esperimento/evento” di una comunità di addetti in un momento della storia. E’ un cambio di prospettiva immediato, che ha sì bisogno di fare i conti con la presenza degli “assenti”, col popolo che manca, ma soprattutto con le scelte verso i presenti, con assunzioni di responsabilità su tutta una serie di attribuzioni di partenza di quel motore utopico che poi si dispiegherà anche durante la fase analitica. Si tratta di riscrivere il proprio intervento, non in senso di supposto progresso tecnologico/tecnocratico, ma a livello di progressione dove le idee, la tecnologia, le innovazioni, diventano importanti perché capaci di cambiare qualcuno, cioè in grado di trasferire le capacità di cambiamento ad altri, e non in quanto tecnologia in sé.
L’utopia è un intervento deciso sulle opzioni comunicanti, ed è possibile in quanto si tratta di un’assunzione di responsabilità personale (non meno folle di quella che continuamente anima il nostro operato in rete), ma allo stesso tempo è un passo in più. Possiamo avvalerci di strumenti, ricevere feedback, correggere la rotta, riorganizzare periodicamente il nostro motore…modalità che il Novecento ha solo in parte esplorato, e spesso come statico riepilogo degli eventi archiviati.
Forse è arrivata l’ora di mettere in moto questo motore.

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