Pneuma lettura. Sui luoghi dell’ascolto di Paci Dalò

Sono di ritorno dalla serata finale della prima edizione del Festival Absolute Poetry (Monfalcone, 2005). Entro a casa, mi metto il pigiama intontito e stanco; ascolto i vasti silenzi della periferia di Trieste. Nelle pause della bora i rumori del condominio. Sono le 4. Ma non riesco a dormire, c’è qualcosa ancora di elettrico. Inizio a leggere Pneuma.
Mi coglie di sorpresa la citazione da La voce di Narciso, di Carmelo Bene: “Nella scrittura vocale, poesia è la voce. Il testo è la sua eco.”
Queste parole immediatamente mi riportano all’intervista del giorno prima, di sabato, a Nanni Balestrini: questi parlava della metamorfosi del concetto di opera, dalla scrittura all’oralità – ed io aggiungo in tutte le sue possibili accezioni di esecuzione.
Accezioni o eccezioni?
Mi chiedo questo, e nel frattempo prendo come esempio Lo Dittatore Amore. Melologhi di Rosaria Lo Russo e Fast Blood di Lello Voce.
Mi rispondo unicità, autenticità, dell’opera e del poeta. Ma se il testo è eco della voce, allora deve aprirsi, deve essere sì testo, e ipertesto, e intratesto, e moltiplicare i suoi effetti.

Seconda citazione da L’invenzione del silenzio. Poesie, testi, materiali dopo l’Ottantanove di Heiner Müller: “Il visibile/Può essere fotografato/OH PARADISO/DELLA CECITA’/CIO’ CHE ANCORA SI ASCOLTA/E’ IN SCATOLA/TURATI LE ORECCHIE FIGLIO/I sentimenti/Sono di ieri Non si pensa/Nulla di nuovo Il mondo//Si sottrae alla descrizione/Tutto l’umano/Diventa estraneo.”
Ciò che si ascolta è in scatola. Veramente il nostro procedere a modelli – penso anche alla scienza – si è impossessato della conoscenza, i prodotti insinuati nella letteratura? Quale epistemologia ci salverà? Quale riflesso-rigurgito della realtà in scatola ne esce? Il prodotto come aprirlo, come violarlo, come esploderlo-esplorarlo affinché sia poesia?
Non solo il visibile può essere fotografato; no, siamo già nella cinematografia, oltre… A questo punto rivedo i videofondali di Giacomo Verde, il foglio che brucia portando le sue lettere nell’apocalisse dello schermo, il poeta che infrange la voce nella performance, l’ein mail di Rilke, ovvero il nostro essere qui e lì, individuo in presenza dell’opera e nel passaggio, e di volta in volta si vive perché siamo in sua presenza e siamo noi gli intepreti, sia nel dare una semplice lettura che nel fare, o nell’ascoltare, alla vista dell’atto dell’interprete; e l’opera è sempre presente, ma in modi diversi, grazie alle sue qualità. E quella caratteristica dell’opera (ed ora della realtà), ovvero la sua molteplice interpretabilità, nel caso del poeta-performer, diventa parte del processo di creazione, si fa snodo; il prodotto-deriva di questo fare è quasi irripetibile, costringe l’interprete-attore che voglia ripercorrere l’opera (nella sua multimedialità, come in Fast Blood, ma anche nell’interpretazione di Lo Russo) ad essere capace di una ri-opera-azione, deve poter violare questo complesso.
Allora per questi motivi possiamo aderire ad un’altra citazione che Paci Dalò percorre in Pneuma, che potrebbe apparire banale ad una prima occhiata o ad un primo ascolto: “Il teatro ha luogo sempre dovunque ci si trovi. […] Desidero definire il teatro in termini così semplici perché in questo modo è possibile considerare teatro anche la vita di ogni giorno.” (John Cage)

Pensare in modo impossibile, vedere cosa sia possibile realizzare (nei luoghi), ecco il lavoro di Paci Dalò, e questo è osservabile nel libro. Salto in avanti di una decina di pagine, e mi colpisce il progetto “Publiphono a Rimini. La città come risorsa infinita. Usando il classico sistema di diffusione sonora della spiaggia di Rimini – altoparlanti collocati ogni 50 metri – la creazione di una serie di opere per 20 chilometri di costa. Opere dove l’intreccio tra suono strumentale e ambientale è assoluto e disarmante.”
A questo punto non so più dove finisce la performance e dove inizia la realtà, ma sono compiaciuto e me ne andrei a dormire, sognare. Ma si parla di nuova cosmogonia – altra citazione: “Solo con esitazione consegno questo libro al lettore moderno, poiché esso presuppone di fatto quella fusione di udito e di vista che gli antichi cinesi definivano luce degli orecchi. Per le culture superiori orientali e la mistica medievale europea, questa fusione non era affatto insolita; ma l’uomo moderno avverte ormai appena la grande imperscrutabilità del mondo acustico, la policromia, la poliritmia e la forza lineare del suono, da cui le antiche leggende cosmogoniche facevano procedere il mondo visibile e tangibile.” (Marius Schneider).
E ancora, il passo precedente di Paci Dalò: “La concezione del suono sempre presente è quindi vicina alla tradizione indiana dove una delle metafore usate è quella della finestra che quando viene aperta permette di sentire qualcosa che nella quotidianità non si interrompe mai.”
E sempre dell’autore (il nastro facciamolo scorrere avanti di qualche pagina): “Suonare uno strumento consente di ridurre la distanza tra la composizione e l’esecuzione.” Punto il disco sulla poesia… Cosa sta accadendo? Quali forze si stanno misurando in Italia? Dove si situa l’opera, sempre di più nella visione sonora della poesia? In chi si incarna?

Per uno scenario post-industriale, la nuova cosmogonia è una periferia in attesa di bonifica, ma quale natura possiamo attribuirle? L’erba cresce sul cemento, è come una piaga; enormi contenitori di gas naturale erosi dall’acqua, e la verticalità delle linee della ruggine. Sono passati anni da quando i gasometri funzionavano.
In mezzo, persone in cammino, ma verso dove?
Tra queste macerie, composte, ben allineati, forse, anche noi potremmo amplificare, dilagare come ombre, scorti da lontano, illuminati dal sole all’orizzonte, ormai.
Non sono i detriti delle case di una Germania postbellica, come descritta da Junger nei suoi libri, né l’erba rimanda ad una foresta, selvaggia: è nell’abbandono senza prospettive che si medita. La rarefazione espressa da Agamben riguardo la nostra stessa esistenza, l’abisso a cui sottoponiamo il nostro pensiero e su cui Paci Dalò compone, si riempie di suoni. Il vuoto degli occhi nello sguardo di un altro è possibilità.
Parola e amore possono ancora?
Siamo affamati di energia, convinti di non riuscire a produrne in quantità. Accumulare, perché nel processo pensiamo qualcosa si perda. Questa perdita, mancata produzione, è mancanza di idee, lavoro? Mancanza di idee, lavoro, mancanza di denaro, mancanza di dignità? Perché continuiamo ad essere affamati di energia? Accumulare.
Ma noi siamo energia. “Invenzione/espansione.”
L’invenzione non solo ripercuote sulla materia, ne attraversa la struttura, pulsa attraverso. Possiamo usare la tecnologia “come struttura anche teorica del progetto”.
L’invenzione può dunque creare anche la materia.
“Che filosofia è, se non è inscritta nel corpo?” si domanda l’artista.

Il nostro corpo e il tempo si chiamano. Il corpo gioca col tempo e la sua esecuzione si fa. Il pubblico è completo ballo, danza la sua poesia nella molteplicità di sguardi da un unico, che di volta in volta è presenza.
Che cos’è la voce se non risuona questa danza nel corpo di ognuno? L’invenzione non può che svolgersi “su più livelli, e la complessità di ciascun progetto è legata a una percezione soggettiva e cangiante”.
Mi sarebbe piaciuto domandare a Paci Dalò cos’è la voce, perché i poeti troppo spesso la rivendicano per sé, mentre anch’io credo alla “dissoluzione del personaggio” e alla “progressiva messa in scena dello stesso spettatore affidando all’impiego delle tecnologie teatrali (diffusori sonori variamenti posizionati, luci in funzioni di personaggi, musica come elemento compositivo ecc.) il compito di creare un’atmosfera tesa e fortemente orientata sulle reazioni dello spettatore.” Orientata, non determinata dallo spettatore.
Il progetto dell’opera (la descrizione di Stelle della sera in Pneuma, e del lavoro di Giardini Pensili con l’attrice e drammaturga Nicoletta Fabbri, si è sciolta nel cielo con tutto il suo respiro), si fa vasto quanto una città; deve poter accogliere, orientare, scolpire palazzi di corpi, di suoni, nell’atto, nell’effondere, nel fare: “Si tratta dunque di un teatro dei sensi (o delle iperstimolazioni sensoriali) e della loro camera d’eco: un teatro insomma che tenta un coinvolgimento fisico e percettivo dello spettatore nell’azione, in virtù di quel proprio del teatro (luci, suoni, immagini, palco, platea) assolutamente irriproducibile anche nella più emotivamente coinvolgente rappresentazione massmediale.”
Il teatro, la stessa esecuzione, è una sorta di perdita e di lascito assieme: non possiamo legarci all’oggetto, ma esso è dono, e in questo c’è il coinvolgimento, in quel momento esso arriva con la sua energia, modifica lo stato/struttura della materia, ci modifica. Poi nuovamente l’abbandono, ma abbiamo la parola e l’amore.
Sono le sei della mattina, scrivo degli appunti (Parla, non parla: non sapresti il diverso se no, e ti dovresti cavare gli occhi per darmi… questo mondo, non pensi?), e sprofondo nel sogno, nel teatro.

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