Trent’anni di Novecento, il lavoro di Alberto Bertoni

Interessante questo lavoro di Alberto Bertoni, che spiega “Trent’anni di Novecento” (Book Editore, pagine 303, 17 euro, circa) dal 1971 al 2000. C’è sicuramente la forma mentis dell’Accademia, quella buona, paziente e preparata, soprattutto precisa nelle motivazioni e finalità di un lavoro antologico, aspetto non riscontrabile nella maggior parte delle selezioni uscite negli ultimi anni, soprattutto quelle young:”Ed è proprio questo il presupposto critico da cui muove la presente selezione antologica, riservata a libri che incorporano un principio forte e riconoscibile di coesione interna, ordinandoli secondo quella disposizione cronologica che pare indispensabile per ricostruire gli effettivi rapporti teorici e ricettivi fra i testi, i loro autori, le tradizioni di lettura e di interpretazione.”
Seguono altre affermazioni importanti: “è chiaro che oggigiorno non esistono un canone, una poetica dominanti e che la ricchezza del quadro sta proprio nella sua provvisorietà costitutiva […] Ed effettivamente un poeta, oggi, anche quando si impone di essere in massimo grado comunicativo, non può mai fermarsi a un livello di superficie, rinunciando a priori alle acquisizioni di un’arte sorprendente e ricchissima come quella novecentesca, con le relative esperienze di choc e appunto di straniamento che ogni tradizione del nuovo ha comportato, con le potenzialità ancora in buona parte inesplorate di una metafora a sfondo conoscitivo e non esornativo, con la visione necessaria di un mondo plurale, contraddittorio, multanime, con un superamento oramai irreversibile della semplice mimesi di un fotogramma immobile del quadro di realtà e con l’obbligo morale di non aderire alla lingua impoverita del tempo presente, saggiando piuttosto le proprietà della propria lingua naturale, una volta che venga sillabata come straniera, tradotta da altra lingua e destinata al “popolo che manca” (Cortellessa) […]”.
Per quanto riguarda invece la situazione editoriale: “Il risutato è che, in realtà, questa antologia è anche un esercizio di archeologia della contemporaneità, perché – dei libri selezionati – se ne possono trovare in vetrina solo pochissimi […] il poeta di qualche merito e solidità dovrà rivolgersi a editori medio-grandi o medio-piccoli […]”.
Sulla modificazione del concetto di scrittura, nel contesto del suo sviluppo storico: “In ogni caso, la poesia del ’900 ha amato e saggiato in molti frangenti la sfida al modello chiuso e scritto del libro […] non pochi poeti di qualità hanno inciso cd interattivi di jazz e poesia e sono performer abituali […] Nessuno, certo, può negare ciò che aveva intuito Pessoa nel 1930: che la poesia, cioè, sa fare musica con l’ausilio della sola parola, abbassandola all’urlo o elevandola al canto.”
Altri, brevi, note rubate all’introduzione: “il proliferare a partire dalla metà degli anni ’90 di diversi libri di livello medio-alto – documentati qua con un’apertura costante alla diversità ontologica delle poetiche – è coinciso anche con l’assenza quasi assoluta di nuovi testi capaci di rompere schemi e attese […] senza però che davanti al libro nuovo di nessuno si provi la sensazione radicale di averne la vita cambiata”.

Certamente una discussione, oggi, sul libro, meriterebbe più di qualche approfondimento, visto che i volumi (e gli autori/cantautori) su cui si sofferma Bertoni sono 230 – quindi oltre ad acquistarlo, bisognerebbe saccheggiare numerosi remainder.
Potremmo chiedere inoltre a Bertoni dove “quella coesione interna”, frutto dell’operatività di un poeta che si realizza in un libro o in un disco, perduri nel corso di buona parte dell’esperienza formativa (e vitale) dei poeti; probabilmente l’orizzontalità ( e in parte aurea mediocritas, come sottolineato dal critico) su cui misurare la nostra lettura, potrebbe scoprire qualche percorso “elevabile”.
Restano i rilievi di un discorso utile, che registra attentamente il reale, e una soggettività della critica che si propone di individuare i punti salienti attraverso cui un poeta fonda il suo discorso nel mondo, che possiamo chiamare “opera”.

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