Cultura, politica e dissenso nella Trieste di Veit Heinichen

Nei primi anni ’60 del secolo scorso, un intellettuale russo, Vladimir Konstantinovič Bukovskij, iniziò giovanissimo a organizzare reading di poesia in un parco di Mosca sotto il monumento dedicato a Majakovskij. Alle letture iniziò a intervenire un pubblico numeroso, tra cui anche gli agenti del KGB: requisivano i samizdat, cercando di ricostruire l’organigramma dell’organizzazione. Ben presto fu chiaro che a organizzare le letture era Bukovskij, attività che costò all’intellettuale circa 12 anni di reclusione tra galere e ospedali psichiatrici sovietici. Nel 1976 lo scrittore fu scambiato con l’ex leader comunista cileno Luis Corvalán, riparando così in Occidente.
La nota curiosa che emerge dalla storia fu che gli agenti del KGB divennero – come evidenziò lo stesso intellettuale sovietico nel romanzo autobiografico “Il vento va, e poi ritorna”, edito in Italia da Feltrinelli nel 1978 – ottimi conoscitori della poesia e dei poeti “dissidenti” fino al punto di discuterne i contenuti “sovversivi” dei testi.
Tra la storia dell’intellettuale sovietico e quella di Veit Heinichen non ci sono molti punti in comune, ma non ricordo a Trieste un politbureau riunito per decidere le sorti di uno scrittore, se non qualche cerimonia per donare targhe e sigilli. In riferimento alle polemiche di dicembre, conoscendo ciò che era accaduto durante il festival Iperporti, le missive spedite già allora dal diffamatore agli artisti e al comitato scientifico, ho provato un senso di straniamento, acuitosi oggi, come se qualcosa stesse accadendo in seno alla società, un impoverimento intellettuale ed etico, la presenza dei “corvi”, non quella dei “cigni”.

La politica per necessità e democrazia deve poter essere criticabile; siccome è da un po’ che i politici hanno smesso di occuparsi di scrittura, passato qualche tempo dalla querelle, vorrei ricordare che le polemiche a cui abbiamo assistito erano diretti attacchi ad un autore che nemmeno si conosceva – aspetto che possiamo estrarre dalla dichiarazioni di allora -, non tanto al concetto che questi aveva espresso sull’amministrazione della cosa pubblica.

La prima cosa a cui avremmo dovuto pensare è che uno scrittore che sforna bestseller su Trieste è un veicolo promozionale per la città, che i romanzi hanno più parole di una frase riportata su una rivista mesi prima, che gli appassionati tedeschi dell’Ispettore Proteo Laurenti ci visitano. La politica deve prendere spunto dagli intellettuali, riconoscerne il merito, cercare il dialogo e rispondere con i fatti, non con la polemica, perché detiene il potere, e non è cosa da poco.

Denoto pure che, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, il mondo della cultura non si sia mosso per cogliere l’occasione di elaborare le motivazioni del dissenso di Heinichen e spendere qualche parola costruttiva, prendersi la responsabilità di indicare problemi più rilevanti. Un’occasione persa. Ma non è nuova nemmeno la prassi di un certo ambiente della cultura triestina in merito a lettere diffamatorie, per la partecipazione di un poeta a una lettura pubblica, per la gestione di tre o quattro lire di finanziamenti.

Forse è tra alcune invidie in questo ambito, che bisogna ricercare il colpevole della diffamazione.

In ogni caso, credo debba venir meno l’astio della classe politica a causa dell’intervista uscita ad ottobre sul magazine sloveno. La considerazione che Heinichen nutre per Trieste, ambientazione privilegiata delle sue narrazioni, è anche il nostro biglietto da visita, e dobbiamo difendere questa eccellenza, facendo autocritica, se serve.
Se Heinichen pone l’attenzione sul declino della città – lo stesso on. Menia lo ha rilevato più volte -, è lo sfogo di una persona che ha a cuore il luogo in cui ha scelto di vivere, che vuole dialogare, ma non sente ci siano interlocutori, solo persecutori.
Che Trieste si trovi in un periodo di stasi, che alla classe politica manchi qualcosa (la visione di un modello di sviluppo condiviso dai partiti), è un particolare che i cittadini percepiscono: a più riprese l’anno scorso si è discusso su questi aspetti, prendendo in esame anche la cultura.
E’ naturale che i politici – pur chi svolge il mandato con merito – abbiano avversato le dichiarazioni di una persona in vista come lo scrittore tedesco: è un attacco alla conduzione della politica, che sovente spinge il dibattito sulla città su posizioni ideologiche, evidenziando l’anzianità delle lobby, sia a destra che a sinistra. Lo stesso Boris Pahor ne discusse al Teatro Miela a novembre, durante Iperporti, facendo notare che i triestini hanno superato certe logiche.

La classe politica, oltre a ricomporre un dialogo con gli uomini che fanno cultura senza paura delle critiche, deve interrogarsi seriamente sul nostro futuro, sapendo che gli intellettuali, da cui siamo partiti, parlano della realtà in cui viviamo, dell’essere umano, attraversando con il loro sguardo la società. Pensando alla città del futuro, gli intellettuali triestini devono poter indicare dei modelli, e i politici cercare di dialogare con essi.
Nella speranza di ritrovarci sotto qualche statua a leggere versi e narrazioni, con un politbureau schierato al fine di raccogliere informazioni vitali per costruire il futuro, non gli uni contro gli altri, ma assieme, credo si debbano ascoltare le vicende drammatiche che stanno colpendo un nostro concittadino, anche per via del dissenso che evidenzia proprio grazie alle sue opere. Ciò che Heinichen sottende, è una società pulita nei rapporti, dinamica e progettuale nelle scelte.

Ai politici che sapranno interpretare questa vicenda con coraggio per costruire una visione di Trieste, possiamo augurare tutte le fortune. Io auguro a Veit che questa persecuzione finisca e che possa contribuire alla costruzione di una Trieste migliore con tutti noi, se questo noi vorrà farsi finalmente presente.

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