Calpestare l’oblio

E’ appena uscito sul sito de “La Gru” il volume in pdf di Calpestare l’oblio. Cento Poeti contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana. Ho letto e riletto il libro, nella sua stesura completa, dopo le manifestazioni organizzate a Roma, dopo gli articoli apparsi su vari quotidiani (L’Unità, MicroMega, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Libero, Il Foglio, Il Manifesto).
Premetto che alcune delle motivazioni dell’operazione orchestrata da Davide Nota, dai responsabili de “La Gru” e da Fabio Orecchini, come il trentennio di “interruzione culturale”, le rivendicazioni dei poeti che si vedono esclusi dai quotidiani, dalla televisione, non hanno molto a che vedere con il titolo dell’antologia.
Premetto che la poesia è un media e ha la sua potenza. E’ un errore delegare ad altro le sue funzioni, la sua importanza.

Premetto che molti poeti, una volta, si interessavano dei bisogni degli individui di questa società, non dei bisogni dei poeti stessi.
Premetto che per manifestare bisogna non solo individuare i bisogni, ma essere capaci di far sentire la possibilità di un cambiamento. Questo significa nutrire la visione di un futuro. Sarà quindi indispensabile pensare un altro sistema e praticarlo per favorire il cambiamento, sottolinearne l’urgenza; non è di grande utilità mimetizzare l’attuale sistema o servirsi delle sue categorie, desiderarle, poiché è l’attuale sistema che si nutre grazie a noi, servitori dei suoi meccanismi.
Premetto che la società è da interpretare, gli individui da spronare; oggi si cerca di rappresentare o, al massimo, interpretare il potere: al potere si scrive, non per minarlo criticamente, spesso solo per esser contro, per protesta: è sempre al potere che ci si rivolge, poiché è il potere l’obiettivo, il simulacro – i suoi nodi rimangono gli stessi. Non può esistere nuova operatività senza uno scarto dal sistema, una serie di differenze e possibilità.
A cosa serve rivolgersi al “Ministro”, anche se è Lello Voce, un poeta che stimo, a farlo?
Premetto che alcuni dei poeti pubblicati in questa antologia mi hanno colpito: Martino Baldi, Matteo Fantuzzi, Adriano Padua, Luigi Di Ruscio, Fabio Franzin, Tiziano Fratus, Natalia Paci e Alessandro Seri; e sono da leggere gli inediti del grandissimo Antonio Porta, scomparso da più di venti anni, ultimo a interpretare la forza della poesia, nel favorire come una “scommessa” o un “volo” le funzionalità che si sarebbero riversate tra tutti gli ambiti della vita umana per realizzarla (e anche nella sua comunicazione, come scriveva Giovanni Raboni in un bel articolo del 1998 sul Corriere della Sera).
Sono convinto che, viste queste premesse, l’antologia non possa essere criticata nel suo insieme, frutto di un’adesione spontanea, ma carente di testi e del tutto noncurante nella ricerca di un’operatività – non è uno strumento che sonda la scena contemporanea, come potevano risultare le serie di Poesia del dissenso, curate da Erminia Passannanti, o il recente Pro-Testo di Luca Paci e Luca Ariano.
Mi domando però cosa significa dare voce ai bisogni.
Mi domando cosa significa criticare.
Mi domando il significato di manifestare, contro chi o cosa o a favore di chi o per che cosa. Assieme a chi.
Non credo di essere l’unico che se lo dovrebbe domandare.

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