Nelle ferite della critica, la discussione sulla nuova poesia italiana

oltre ipertelia, ipostasi, standardizzazione

Se ci fosse un’esperienza che la poesia potrebbe riferire, sarebbe di sicuro qualcosa di più delle umane lettere e dei loro tecnicismi: questo pare dire Lorenzo Carlucci in un’articolo scritto in occasione dell’incontro del 4 Ottobre del 2010, “Identità concettuale e dilatazione dell’istante” presso la Tokyo University of Foreign Studies, ripubblicato recentemente su poesia2punto0.com.

In “Note sull’influenza della Neoavanguardia italiana sulla mia poesia”, Carlucci contrappone alla “poesia quale mimesi della schizofrenia universale” cioè “della modalità d’esistenza in cui sono altrettanto impossibili la soggettività e l’oggettività del mondo” (Giuliani, 1965) una “poesia-espressione della facoltà sintetica e analitica del soggetto trascendentale”, ovvero una poesia “come espressione dello stato in cui sono altrettanto necessarie la soggettività e l’oggettività del mondo”.

Leggendo la poesia di Carlucci in La Comunità Assoluta (Lampi di stampa, 2008), ci si rende conto delle diverse possibilità formative che il poeta utilizza: stupiscono i dialoghi e la prosa poetica, uniti a una logica che rimbalza alla ricerca del paradosso; spesso raggiungiamo l’oltrecielo di sanguinetiana memoria potrebbe sembrare una provocazione se consideriamo le reazioni all’articolo del poeta romano – al termine di una discussione o per via di un racconto in versi che proietta il quotidiano sulla società, vissuta intimamente nelle sue ferite e meraviglie, ma anche riferita con ironia e sarcasmo.

Carlucci sa – e lo sanno in molti – che alcune impostazioni critiche della Neovanguardia erano state di fatto superate da esponenti della stessa, come Antonio Porta, o lo stesso Sanguineti. Carlucci oltrepassa la dicotomia lirismo – antilirismo, poiché la sua formatività oltrepassa l’esperienza neoavanguardista, ma si può affermare che diversi autori si situino oltre fatti che la critica vorrebbe imporre come normativi, come l’adesione agli intenti di Giuliani. La critica non può imporre canoni, semmai rilevare delle novità.

Ho notato di recente delle giornate di studi a Roma, unite a delle letture, con il critico Massimiliano Manganelli, chiamate Nuovi Oggettivismi : mi pare che la critica rischi di non rilevare novità, ma di cortocircuitare nella discussione su tecniche, quali un oggettivismo che in scrittura dovrebbe rappresentare le cose nei modi più obiettivi o con le tecniche più obiettive possibili, ma che non possiede la rilevanza sociale dell’azione degli artisti negli anni ’20 (nonché l’accezione obiettivo dopo la teorizzazione di Thomas Pavel in Mondi di invenzione e il libro di Wallace Stevens Note attraverso la suprema finzione, dovrebbe essere reinventato, proprio partendo dalla poesia e dai metacontesti teoretici e narrativi, cioè l’interpretazione soggettiva di un contesto scelto dal poeta che produce i suoi effetti nella formazione dell’opera, le idee che orientano il poeta durante il processo formativo, che elaborano, riarticolano, stratificano l’opera nel tempo). La critica – non sto pensando solamente all’incontro romano sui nuovi oggettivismi – appare immersa nel postmoderno o del tutto impreparata dal punto di vista delle novità; trascura semplici lezioni, quelle legate alla Teoria della Formatività di Luigi Pareyson o le note riguardanti l’ideologia di Pasolini. Nel caso citato non potremmo nemmeno riportare, come nell’articolo di Carlucci, le parole di Dorfles a proposito dell’“ipertelia” (certi aspetti tecnici come le tecniche combinatorie sono o non sono “usurati” se in relazione al solo nuovo oggettivismo?): “Un fenomeno opposto, ma analogo, è quello che potremmo definire dell’ipertelia; quando, cioè, non sia più l’impiego di tecniche superate, di forme artistiche usurate, ad aver luogo, ma anzi l’uso di una tecnica nuova e pressoché inedita, sperimentale dunque, di cui si esageri la funzione, si esalti la finalità”.

La problematicità è legata alla critica che sostiene opere “ipostatiche”: il rischio è di far leggere gli strumenti (teoresi, tecnicismi, etc) come sussistenti per se stessi nelle opere; risignifico il termine ipostasi anche per indicare la stagnazione delle molteplici possibilità interpretative che una formatività dovrebbe produrre, di fatto mortificando l’opera con alcune teoresi-processi di scrittura, spesso riconducibili a operatività già conosciute, codificate (magari si trattasse dell’ipertelia descritta da Dorfles). La verve polemica di Carlucci è indirizzata agli scrittori del sito GAMMM, presenti in buona parte anche nell’antologia curata da Vincenzo Ostuni, Poeti degli Anni Zerotesto utile per comprendere il percorso di alcuni poeti, che pare prendere spunto dal lavoro di Andrea Cortelessa, Narratori degli Anni Zero: peccato per alcune stonate note della prefazione ostuniana, quali l’oralità, i percorsi performativi e le magnifiche sorti all’estero degli autori antologizzati, tutti aspetti trattati con estrema superficialità e assenza di fatti, forse per proclamare la validità delle scelte antologiche e la rilevanza di questi poeti sulla scena contemporanea della poesia in Italia.

Autori fortemente ipostatici (presenti nell’antologia di Ostuni) sono Marco Giovenale e Massimo Sannelli, e Michele Zaffarano dove le tecniche di assemblaggio avvengono sotto forma di accumulazione. Oltre le ipostasi generate dalle tecniche, i problemi riguardano anche la “standardizzazione” dell’operatività, cioè la replicazione da parte dei poeti delle stesse funzionalità, opera dopo opera: se va bene, le opere di un poeta appaiono come variazioni da un modello. Esempi: la ripetizione del ritmo in Maria Grazia Calandrone (presente nell’antologia di Ostuni), il manierismo dell’ultimissima Tiziana Cera Rosco (in “Dio il Macedone” si evidenzia un’abbondante aggettivare, già presente nelle altre raccolte, ma esasperato), le tecniche accumulatorie di Milo De Angelis (dopo “Somiglianze”, che è del 1976, l’accumulazione di lacerti unitamente all’utilizzo sistematico di ripetizioni poco variate, pare siano diventati un must per il poeta) e in Andrea Inglese (a discapito della sintassi: attenuata la spianata accumulatoria, la poesia pare presentarsi; anche Inglese è presente nell’antologia di Ostuni); infine, le leggere variazioni dalla mimesi del quotidiano in Massimo Gezzi.
Recentemente il poeta Roberto Cescon, discutendo di pratiche accumulatorie e di replicazione di modelli, ha abbozzato l’ipotesi che questo sia relazionato a ciò che Edgar Morin definisce il dialogo dell’industria culturale, nella deriva di una civiltà della comunicazione che produca un’incessante quantità di informazioni spesso standardizzate: la mia impessione su questa ipotesi è che i poeti, in generale, non meditano i feedback dell’ambiente culturale, preferendo l’adesione a formule che confezionano spesso da sé e che in un ristretto circolo di amicizie sono apprezzate. Quindi non si tratta solo della civiltà della comunicazione di oggigiorno, ma anche di uno scadimento quantitativo e qualitativo del lavoro di critica (e di autocritica) del poeta in relazione (e spesso futile contrapposizione) al dialogo dell’industria culturale – senza la comprensione di esserne l’esecutore perché i processi mimetici si sono impadroniti della sua identità. Nel 2003 in La poesia e la giovane poesia nell’età del web su Fucine Mute scrivevo che per rispondere “all’evoluzione dell’industria culturale ci sarebbe voluta […] gente veloce ed educata al dialogo tra conoscenza e azione, uomini capaci di individuare la cornice in cui si svolge il dialogo dell’industria culturale e, astratti i fatti, uomini capaci di modificare attivamente gli aspetti della cornice” e mi riferivo all’accelerazione dei processi di comunicazione tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Ipotizzavo che i feedback del web, osteggiati da lobby (pure in poesia), bastassero a costruire un ambiente culturale migliore – e mi sbagliavo poiché nel 2006 le dinamiche nei blog e tra i poeti mimetizzavano pratiche lobbyste e autoreferenziali, come descritto in “La nuova poesia in Italia?” su AbsolutePoetry.

La critica non si accorge del fenomeno legato alla standardizzazione e i poeti non ne sono consapevoli, non sono consapevoli di produrre opere-replicanti in una cornice che contrappone piccole lobby in attesa di essere ricevute al cospetto di un qualsiasi mainstream dell’industria culturale. La situazione per la critica è peggiorata progressivamente: non legge le opere, osserva solo se stessa e i propri apparati comunicativi, è colpevole di mimetizzare la stessa accumulazione di informazioni standardizzate, anche attraverso operazioni di marketing supportate da articoli di critica letteraria. Le più importanti presentano una drammatica assenza di quadri estetici di riferimento, come l’iniziativa “Un secolo di poesia”, lanciata dal Corriere nel 2011, che Lello Voce cita nell’articolo “E’ Natale: Il Corsera fa poesia!” o, più in piccolo, il lancio sulla rivista Poesia di gennaio 2007 di un libro di Aldo Nove, fortemente criticato dall’attore e poeta Nevio Gambula: Nicola Crocetti, editore di Poesia e curatore per il Corriere dell’operazione, ha dimostrato di essere un esperto di marketing, ma in entrambe le occasioni sarebbe andata meglio senza gli scritti dei critici, quelli di Cortellessa e Piccini su Aldo Nove su Poesia, dello stesso Piccini e Galaverni, nonché di Claudio Magris – quest’ultimo profondamente banale e imbarazzante – sul Corriere.
Un’altra strategia dei critici è cercare di ottenere visibilità attraverso una serie polemica sui giornali (già sui blog la pratica era conosciuta, al punto che il battibecco su aspetti irrilevanti della letteratura veniva utilizzato sistematicamente per alzare le statistiche dei portali). La polemica susciterebbe più interesse della discussione su un testo, questo è quello che i poeti e i critici hanno compreso: possiamo prendere ad esempio quella che recentemente ha coinvolto Matteo Marchesini, Roberto Galaverni e Alfonso Berardinelli (su Le parole e le cose, il commento e il riepilogo di Andrea Cortellessa), riguardo l’antologia “Nuovi poeti italiani 6”, pubblicata da Einaudi: la discussione verte sul fatto che nell’antologia a essere presentate sono solo poetesse.
Risultano emblematiche le parole di Sonia Caporossi di “Critica Impura” su facebook a proposito di questi (e altri) diverbi: “Il vecchio principio del textus prima di tutto, travisato in tempi di rifiuto per strutturalismo ortodosso – quando invece poco ha a che fare con quelle costrizioni analitiche consistendo nell’unica ermeneusi davvero onesta che possa dare frutti -, ha lasciato il campo alla polemica sterile da pollaio fatta apposta per creare polverone. Lo scrissi a suo tempo circa la polemica Ostuni – Carabba, lo ripeto ora. Ovvio che, con questi chiari di luna, l’autoritarismo venga scambiato per autorità, e l’auctoritas pretenziosamente ne risulti il fenotipo avvilente. Qua toccherebbe fare proprio tabula rasa e tornare, innanzitutto, a LEGGERE”.  Caporossi discute il senso di questo ricercare visibilità che non presenta i testi e che circuita nelle citazioni tra critici; cita poi la polemica tra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni, di cui ha scritto su “Critica Impura”; modi di fare, questi, che purtroppo non rappresentano più un’anomalia dal punto di vista della prassi comunicativa della critica letteraria (per un confronto con un’altra analisi, la polemica Ostuni-Carabba è stata ben riepilogata anche da  Daniele Barbieri su Guardare e leggere).

Il problema è che qualsiasi critico – e soprattutto chi ha entrature nei giornali – può dire quello che vuole, facendo esempi difficilmente verificabili dal fruitore; può parlare bene di poeti che, molto spesso, fanno parte del suo circolo ristretto di conoscenze. Il testo prima di tutto, è l’invocazione giusta, unito a una ricerca sistematica e ampia.

L’antologia ostuniana amplifica i problemi della critica (segue a un’altra antologia, Prosa in Prosa , segue a una serie di letture chiamate Poesia di ricerca 1 e 2, segue alla nascita del sito GAMMM, delle pubblicazioni su Per una critica futura, anticipa queste giornate sui Nuovi oggettivismi; si può affermare che ci sia un circuito consolidato di conoscenze, osservabili nel corso del tempo) nonostante le cautele della prefazione. Tuttavia, essendo costruita bene attraverso una serie di testi presi ad esempio, chiarisce l’attitudine di alcuni poeti alla standardizzazione e all’ipostasi, soprattutto di poeti che si muovono in ambito romano. Problemi simili sono rintracciabili in modo più sottile, nella stessa antologia, nelle tecniche di miniaturizzazione del verso in Elisa Biagini e nella replicazione di un linguaggio straniante in Laura Pugno. Aspetti simili sono rintracciabili anche in altri ambienti, come nel lavoro legato all’oralità nei ritmi di Luigi Nacci (dove sperimenta tecniche accumulatorie e, per fortuna, in minima parte nella formatività legata allo studio degli accenti) o nell’accumulazione di descrizioni nel crocettiano (e fondamentalmente lirico) Pierluigi Cappello. In generale, il sistema di relazioni all’interno dell’opera perde di intensità a causa delle strutture, delle tecniche, delle pratiche di scrittura utilizzate – è il lavoro sulla sintassi quello più penalizzato, soprattutto dove le tecniche non si misurano con la logica e i suoi fatti nella formazione dell’opera.

Le pratiche metamorfiche di alcuni poeti delle nuove generazioni, ci indicano una nuova direzione di ricerca critica e una serie di cautele. Per metamorfismo intendiamo un lavoro formativo atto, raccolta dopo raccolta, periodo dopo periodo, a mettere in discussione le funzioni che la poesia dovrebbe svolgere, provocando differenze apprezzabili tra le opere. La critica, conscia della possibilità dei poeti di operare da una grande variabilità di moduli letterari, dovrebbe sostenere una discussione sui metamorfismi più che sugli oggettivismi, già superati e archiviati dalla Neoavanguadia, con un occhio a ipostasi e standardizzazione, tra i problemi più rilevanti (si veda l’articolo, Poetiche: nuove operatività).

Come Carlucci, anche altri autori si muovono praticando il metamorfismo.

Biagio Guerrera in Cori niuru spacca cielu (Mesogea, 2008)passa da un registro lirico a uno prosastico e ritrova la poesia “civile”, proprio a partire dalla sua città, Catania, che resta perennemente sullo sfondo, tra i ragazzi di strada e le problematiche sociali.
Forse è tutta l’opera di Roberta Bertozzi ad essere percossa da spinte di continua innovazione, e i predicatori del minimalismo datato avranno paura di farsi “snervare” da una poesia che trasforma la lingua di Ungaretti in poema suggestivo e visionario, frammentato e fortemente evocativo, nonché narrativo: l’opera Gli enervati di Jumièges (Pequod, 2007) prende spunto dalla storia del re merovingio Clodoveo II che, dopo aver bruciato i tendini suoi figli (accusati di essersi ribellati alla madre reggente, mentre questi era in guerra), li abbandona mezzi morti su una zattera in balia dei flutti della Senna.

Possiamo citare anche tutta l’opera e la formatività in metrica di Italo Testa, come in La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), decasillabi o endecasillabi frutto di una riflessione tra spazi urbani, “non luoghi”, o spazi chiusi vissuti nel quotidiano.

Opzioni utopiche e denuncia sociale, si ritrovano ne Il mondo è vedovo (Carta Bianca, 2011), l’ultimo libro di Paola Turroni, che sceglie di narrare il mondo e le sue “mancanze”.

Più sperimentale Ossa Carne  (Dot.Com Press – Le voci della Luna, 2012) di Dome Bulfaro, oltre che opera visiva e dalla forte oralità: dopo aver sbriciolato le cattedrali nella partitura poetica-teatrale Milano Ictus (Millegru, 2011), in questo libro si racconta il rinvenimento di uno scheletro, completo in ogni sua parte, anche se le ossa provengono in effetti da persone diverse, che rivivono e ricarnificano nella parola.

La scena è molto ampia, come si addice a un paese di 60 milioni di abitanti, ma si potrebbero rintracciare fatti critici analoghi (forse anche gli stessi problemi) in poeti che negli anni precedenti hanno scritto opere interessanti, che meritano la stessa attenzione di queste ultime proposte: mi riferisco a Stefano Massari, Florida Fusco, Matteo Danieli, Tiziano Fratus, Gianmaria Giannetti, Tommaso Lisa, Adriano Padua, Martino Baldi, Jacopo Ricciardi, Silvia Cassioli, Gian Maria Annovi, Barbara Pietroni, Silvia Salvagnini, Simone Molinaroli, Gabriele Iarusso, Furio Pillan, Maria Valente, Vincenzo Ostuni, Giacomo Sandron, Alberto Mori, Stefano Lorefice, Domenico Brancale, Giovanni Tuzet, Daniele Mencarelli, Piero Simon Ostan, e i più giovani Giuseppe Nava, Franca Mancinelli, Davide Nota, Alessandro Burbank, Alfonso Maria Petrosino, Giulia Rusconi, Domenico Ingenito e Francesco Terzago; nonché altri autori in lingue minoritarie o dialetti tra i quali Fabio Franzin, Mariano Bàino, Nadia Cavalera, Alberto Masala, Giovanni Nadiani, Federico Tavan, Alfredo Panetta, Gianmario Villalta, Ivan Crico, Lussia di Uanis, Stefano Moratto, Luigina Lorenzini, Angela Bonanno, Dario Pasero e Annalisa Teodorani e moltissimi altri.

Articolo pubblicato in forma ridotta su “Through the lens” su wordpress

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7 pensieri su “Nelle ferite della critica, la discussione sulla nuova poesia italiana

  1. Non lo so, trovo mediocre un convegno sui nuovi oggettivismi, se i risultati sono quelli che Giovenale & C. forniscono attraverso i testi. E ho utilizzato queste parole: “mi pare”; non ho utilizzato le parole “sono sicuro”. Quindi se vuoi esprimere Massimiliano la tua sul fatto che hai rilevato importanti novità, e non sei cortocircuitato nella discussione su tecniche, discutendo i testi di Giovenale e company, questo mi incuriosisce.

  2. Massimiliano Manganelli

    a) Io non ho l’abitudine di cortocircuitare (il verbo mi fa anche orrore).
    b) Giovenale & C. è un’azienda?
    c) Se il convegno sui nuovi oggettivismi è mediocre non è necessario che io esprima alcunché.

    Grazie dell’ospitalità.

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