Poesia del nostro tempo

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A protester sits on a fountain after inhaling tear gas during massive clashes at the central Athens Syntagma square on June 15, 2011. Thousands of protesters ringed the Greek parliament building on Wednesday as the government tried to push through its emergency package inside and a general strike paralysed the country. Photo by Louisa Gouliamaki

 

Poesia del nostro tempo è il titolo scelto per Argo – Annuario 2015.
Con questa pubblicazione Argo intende approfondire il discorso critico sulla poesia contemporanea e iniziare un percorso di formazione e di informazione del pubblico. Il desiderio è segnalare, anno dopo anno, il dibattito culturale, evidenziando le differenze tra i generi della poesia e sottolineando i titoli da acquistare nelle librerie, senza trascurare il concetto enorme delle realtà politiche e sociali che i poeti si trovano a vivere.
Per questo motivo sono state raccolte, attraverso interviste, analisi e traduzioni, le voci dei poeti che vivono in zone di crisi geopolitica e le riflessioni dei poeti italiani sul periodo storico che stiamo vivendo.

Per l’Annuario 2015 mi sono occupato della prima sezione dal titolo Vicini alla realtà, non senza alcune difficoltà. Il perché è chiaro, sono anni che è così, la poesia in Italia vive come anestetizzata dalle polveri di un forannuario2015malismo, spesso residuo o scarto delle posizioni teoriche delle avanguardie, movimenti che però avevano come sfondo la realtà, nella sua complessità politica, e non solo formale. Non solo, non possiamo attribuire alla sola critica impegnata a salvaguardare se stessa in un circuito di abili rimandi al recente passato letterario la sorte della poesia italiana. Si tratta di questo, i poeti e i critici si sentono una élite: ho sempre trovato questo atteggiamento come insopportabile, come se non nascessimo tutti dallo zero della forma. Trovo che la gente non creda più alla poesia per colpa dei suoi molti elitarismi, del troppo egotismo e autoreferenzialità a tutti i livelli del sistema letterario.
Tuttavia i poeti più grandi sono anche intellettuali attenti, capaci di ritagliare il presente, scomporlo, comporlo nuovamente, facendo emergere quella visione del mondo in cui si approfondiscono l’esperienza della lingua e della cultura e la sensibilità umana, dando alle generazioni il modo di collaborare nella direzione della bellezza, della conoscenza e dell’apprendimento. Mi piacerebbe dare un nuovo titolo alla sezione che ho curato, Nella direzione della bellezza: credo che sarà questo a motivare la mia ricerca nei prossimi anni.

La navigazione di questo primo Annuario è partita dall’Italia: Alessandra Giappi ha ricordato la strage di Piazza della Loggia, discutendo alcune opere di Mario Luzi. Carlo Bordini ha riflettuto sul nostro periodo storico e sulle miopie della politica europea e mondiale. Massimo Zamboni, storica figura del rock italiano ed ex componente di CSI e CCCP, ha donato i versi che parlano della “Rotta” del nostro paese, canzone-poesia interpretata da Angela Baraldi, ascoltabile dallo smartphone grazie ai QR CODE presenti sul libro.
Non potevano mancare poeti provenienti da paesi attraversati da forme diverse di conflitto, come la Turchia, dove abbiamo intervistato il presidente del Festival Internazionale di Poesia di Istanbul Adnan Özer e la giornalista Müesser Yeniay, e la Grecia, con un percorso tra le poesie di Katerina Anghelaki Rooke, Yiorgos Chouliaras, Stamatis Polenakis e Hatto Fischer. In Israele ci ha colpiti la riflessione di Hilà Lahav, che pone l’attenzione sui movimenti che desiderano la pace tra israeliani e palestinesi.
Sono state fonte di meditazione le parole dell’irachena di origini cristiane Dunya Mikhail, perché il Medioriente non è il luogo del califfato islamico, della distruzione e della rovina, ma quello dove le comunità di fedi e culture diverse, nel tempo, sono riuscite a convivere.
Uno spaccato del Mediterraneo l’abbiamo trovato nelle poesie del maltese Adrian Grima, che ha tracciato nei suoi versi la criticità della migrazione, mentre il nigeriano Chijioke Amu Nnadi ha posto l’attenzione sulla cultura africana e sulla poesia del suo paese, anch’esso aggredito dall’estremismo.
Nonostante investa la nostra coscienza di occidentali, si è deciso di puntare la lente sul rap inglese, grazie all’indagine svolta da Emilio G. Berrocal sui cantanti che sono andati a combattere in Siria e Iraq.
Dall’Afghanistan Analysts Network, è stato tradotto un articolo di Borhan Osman sulla comunicazione che avviene proprio grazie a una forma di poesia, i distici in pashtun, che gli afgani usano disegnare sui teloni dei TIR, rimandando sia a temi di amore che di politica.
Grazie agli articoli presentanti, alle parole e ai versi degli autori che hanno portano qui la loro testimonianza, l’Annuario si è posto l’obiettivo di rivedere quel ruolo e quel peso sociale, della poesia e della figura del poeta, che si è dissolto nell’Italia degli ultimi trent’anni. Si è trattato di esplorare la realtà attraverso un viaggio fatto tra i poeti, perché sono essi i più vicini al linguaggio del nostro tempo.

Tutte le informazioni su Argo – Annuario 2015 – Poesia del nostro tempo: qui

Le anteprime audio dell’Annuario: qui

Gli articoli dell’Annuario in rete su:

Mario Benedetti, Nuovi Argomenti

Chijioke Amu Nnadi, Argo

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La casa di quale letteratura? epilogo di un distretto culturale

La notizia che il “Distretto culturale evoluto”, promosso dalla Provincia di Trieste, sia stato bocciato in sede di fondi europei, è stata confermata dalla pubblicazione delle tabelle a marzo: il progetto non è stato ammesso per mancanze sostanziali.
Si chiude definitivamente un’era di promesse alle associazioni, orchestrate dal centrosinistra che guida la Provincia – con questa affermazione non si vuole difendere l’attuale giunta di centrodestra del Comune, che non dà risposte concrete all’associazionismo, né si può salvare una Regione priva di ragione, che ha cancellato dalle sue tabelle l’anno scorso i festival di letteratura, come Iperporti, Trieste Poesia e Residenze estive, che salvaguardavano, sottolineandone l’esistenza, gli autori triestini, da Pierri a Magris, o Heinichen, Covacich, Tolusso, Spirito, Kravos, Kosuta e tanti altri. Con una media tra i cinquanta e i duecento spettatori a presentazione, le manifestazioni cancellate hanno portato in città scrittori come Laura Pariani, finalista al Campiello, Giorgio Vasta, finalista allo Strega, Tahar Ben Jelloun, tra i più conosciuti scrittori marocchini, il padre del “noir” italiano, Loriano Macchiavelli, il colletivo Wu Ming, il filosofo Massimo Cacciari e pure la star pop sudafricana Ntsiki Mazway.
La variazione di bilancio regionale del 2010 ha finanziato le associazioni Alta Marea per il Premio Umberto Saba, Poesia e Solidarietà per il Premio Castello di Duino, Iniziativa Europea per il progetto Paesaggio Poetico dell’Euroregione sulle vie dell’arte e con i dialoghi dei poeti dell’Euroregione, Palacinka per la Fiera Bazlen, tra i cui ideatori c’è il segretario della UIL, Luca Visentini. Quest’ultima “Fiera” si tiene al Caffè San Marco, ma se pensiamo a Francoforte, a Roma, a Torino, anche alla vicina Pola, è di dimensioni contenute e risulta del tutto trascurabile turisticamente, nonostante sia stata finanziata dalla Camera di Commercio – i numeri non fanno sconti, una media di dieci persone ad evento, tranne la presentazione dell’anno scorso di Altan.
Alcuni degli ideatori delle iniziative finanziate nel 2010 li ritroviamo anche tra i vertici delle “case” nello stesso periodo: Gabriella Valera (Poesia e Solidarietà) risulta essere Presidente della Casa della Letteratura di Trieste, di cui fanno parte molte delle associazioni “tagliate”; Luca Visentini (Palacinka) è sia Presidente della Casa dei Teatri che Vicepresidente della Casa della Letteratura. Ma cosa sono queste “case”?
Sono associazioni di associazioni che dovrebbero organizzare il Distretto Culturale come una rete diffusa, non una piramide con al vertice i politici. Erano previste come seguito di uno studio preliminare, realizzato dalle associazioni Palacinka e Trieste Distretto Culturale, in convenzione con l’amministrazione provinciale, ma mai presentato.
Luigi Nacci – presidente di Trieste Distretto Culturale e primo promotore dell’idea distrettuale in città, fin dal 2005 – è stato escluso dalla seconda fase progettuale e dalla richiesta di contributi, nemmeno invitato al Convegno internazionale “Il distretto culturale evoluto: esperienze a confronto” che risale a ottobre 2009 presso il Teatrino del Parco di San Giovanni.
Dopo il convegno venne elaborata la richiesta di finanziamento alla comunità europea; nel progetto, risulterà coinvolta la sola Palacinka come capofila dell’associazione temporanea di scopo tra tutte le “case”… Nel caso il progetto europeo fosse andato a buon fine, i contributi da girare alle associazioni sarebbero finiti all’associazione guidata da Visentini? Non lo possiamo dire per certo, ma siamo sicuri che nella prima convenzione firmata da Palacinka e Trieste Distretto Culturale con la Provincia di Trieste, lo studio preliminare di Distretto apparteneva a tre soggetti – la Provincia e le due associazioni appena citate – e non a due soltanto. Nel caso quindi di un finanziamento, l’esclusione di soggetti promotori sarebbe potuta risultare problematica per delle possibili azioni legali?
Senza conoscere tutti i retroscena, c’è stata una battaglia per l’occupazione di “cariche” distrettuali, venissero dall’alto o dal basso, da parte di alcune associazioni, fatta eccezione di Trieste Distretto Culturale, che si è dimessa dalle “case” che aveva contribuito a creare.
Il labirinto distrettuale ci riporta al 2010, quando Gabriella Valera, neo-eletta Presidente della Casa della letteratura, nomina (è una sua prerogativa) come Vicepresidente Luca Visentini; nel mese di giugno dello stesso anno, prima della variazione di bilancio regionale, viene convocata una conferenza stampa in assenza di un direttivo della “casa”, senza concordare modalità e contenuti dell’intervento, in sostanza non prendendo in considerazione gli articoli di statuto che interpretano come sacrosanta l’autonomia delle associazioni. La conferenza, tenutasi al Caffè Tommaseo, criticava aspramente la Regione per la mancata assegnazione di contributi – si può sottolineare che, successivamente, in variazione di bilancio Palacinka e Poesia e solidarietà sono state finanziate, come spiegato; le altre associazioni della “casa”, proprio quelle che organizzavano i festival più importanti, a secco. Lo stesso “Iperporti”, festival partorito dalle associazioni della Casa della letteratura, dimenticato in quella conferenza stampa, è stato quest’anno archiviato per l’idea vetusta, proposta da Valera, di un “Parco letterario”.
Tempo fa le pagine dei giornali titolavano che Trieste mancasse di eventi. Se la politica fosse più attenta, instaurando un dialogo con le persone che si occupano seriamente di cultura e letteratura, liberando le associazioni da qualsiasi vincolo, non assisteremmo a questi epiloghi, che rischiano solo di mettere le associazioni le une contro le altre a causa di gestioni sbagliate dei progetti.
Mancano pochi giorni alle elezioni e la notizia dell’affossamento del progetto distrettuale, non è stata data. Dovrebbe essere invece chiarito il futuro, perché il fatto è che “il distretto culturale” non si farà e che le associazioni che si occupano di letteratura in città sono divise, metà dentro un contenitore oramai svuotato di senso e obiettivi, metà alla ricerca di un interlocutore che aiuti veramente chi la letteratura la realizza.

Calpestare l’oblio

E’ appena uscito sul sito de “La Gru” il volume in pdf di Calpestare l’oblio. Cento Poeti contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana. Ho letto e riletto il libro, nella sua stesura completa, dopo le manifestazioni organizzate a Roma, dopo gli articoli apparsi su vari quotidiani (L’Unità, MicroMega, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Libero, Il Foglio, Il Manifesto).
Premetto che alcune delle motivazioni dell’operazione orchestrata da Davide Nota, dai responsabili de “La Gru” e da Fabio Orecchini, come il trentennio di “interruzione culturale”, le rivendicazioni dei poeti che si vedono esclusi dai quotidiani, dalla televisione, non hanno molto a che vedere con il titolo dell’antologia.
Premetto che la poesia è un media e ha la sua potenza. E’ un errore delegare ad altro le sue funzioni, la sua importanza.

Premetto che molti poeti, una volta, si interessavano dei bisogni degli individui di questa società, non dei bisogni dei poeti stessi.
Premetto che per manifestare bisogna non solo individuare i bisogni, ma essere capaci di far sentire la possibilità di un cambiamento. Questo significa nutrire la visione di un futuro. Sarà quindi indispensabile pensare un altro sistema e praticarlo per favorire il cambiamento, sottolinearne l’urgenza; non è di grande utilità mimetizzare l’attuale sistema o servirsi delle sue categorie, desiderarle, poiché è l’attuale sistema che si nutre grazie a noi, servitori dei suoi meccanismi.
Premetto che la società è da interpretare, gli individui da spronare; oggi si cerca di rappresentare o, al massimo, interpretare il potere: al potere si scrive, non per minarlo criticamente, spesso solo per esser contro, per protesta: è sempre al potere che ci si rivolge, poiché è il potere l’obiettivo, il simulacro – i suoi nodi rimangono gli stessi. Non può esistere nuova operatività senza uno scarto dal sistema, una serie di differenze e possibilità.
A cosa serve rivolgersi al “Ministro”, anche se è Lello Voce, un poeta che stimo, a farlo?
Premetto che alcuni dei poeti pubblicati in questa antologia mi hanno colpito: Martino Baldi, Matteo Fantuzzi, Adriano Padua, Luigi Di Ruscio, Fabio Franzin, Tiziano Fratus, Natalia Paci e Alessandro Seri; e sono da leggere gli inediti del grandissimo Antonio Porta, scomparso da più di venti anni, ultimo a interpretare la forza della poesia, nel favorire come una “scommessa” o un “volo” le funzionalità che si sarebbero riversate tra tutti gli ambiti della vita umana per realizzarla (e anche nella sua comunicazione, come scriveva Giovanni Raboni in un bel articolo del 1998 sul Corriere della Sera).
Sono convinto che, viste queste premesse, l’antologia non possa essere criticata nel suo insieme, frutto di un’adesione spontanea, ma carente di testi e del tutto noncurante nella ricerca di un’operatività – non è uno strumento che sonda la scena contemporanea, come potevano risultare le serie di Poesia del dissenso, curate da Erminia Passannanti, o il recente Pro-Testo di Luca Paci e Luca Ariano.
Mi domando però cosa significa dare voce ai bisogni.
Mi domando cosa significa criticare.
Mi domando il significato di manifestare, contro chi o cosa o a favore di chi o per che cosa. Assieme a chi.
Non credo di essere l’unico che se lo dovrebbe domandare.

AbsoluteFuture

La quarta edizione di AbsolutePoetry, organizzata dal Comune di Monfalcone e dedicata alle giovani leve della poesia, si è tenuta dal 7 al 10 ottobre scorso. Dopo l’edizione del centenario dalla nascita dei cantieri navali, gli “Internazionali di Poesia” si sono occupati di poeti esordienti, attivando una speciale convenzione con il Ministero della Gioventù.

Non potevano mancare dunque elementi di criticità, in merito alla formula sperimentata quest’anno, tesa all’individuazione di poeti nuovi, boccioli, ma anche bozze, spunti, ipotesi (“chi crederebbe?” domanda Zanzotto in IX Ecloghe, e, continuando a citare sull’Italia provincial-poetica, si potrebbe affermare che è il “paese che sempre/piumifica e vaneggia di verde e primavere”). Poi, però, alcuni di questi poeti sono già templi e ali bianche, piumate, alberi rigogliosi, formati, forti.

Questa riflessione necessita di sensibilità e di fortuna, per ponderare e scommettere sul futuro di questi poeti, della poesia e di questo festival, che può crescere, ma come, e come è stato?

Mercoledì 7 ottobre, due presentazioni anticipatorie: il reading degli autori usciti per la collana “miosotis” della d’if, casa editrice specializzata in plaquette, curata da Gabriele Frasca, e la lettura collettiva del “decimo quaderno di poesia”, edito da Marcos y Marcos, coordinata da Franco Buffoni.

Al progetto della d’if, un libricino-premio che il critico Giancarlo Alfano, lo stesso Frasca e l’editore Antonietta Caridei realizzano a Napoli, hanno partecipato nel recente passato Giuliano Mesa, Rosaria Lo Russo, Tommaso Ottonieri e Nicola Gardini. La nuova edizione illumina i nomi di Silvia Cassioli, Adriano Padua e Luigi Nacci, pure consulente di AbsolutePoetry, nonché inserito nel quaderno della Marcos y Marcos: c’è da dire che è bello vedere dei trentenni pubblicare, ma son pur sempre plaquette (5-10 testi) e se la poesia non si confronterà con un libro, a questa generazione di poeti non rimarrà che un vasto curriculum di libri minuscoli e comparsate in antologia. Che dire allora dei “quaderni” buffoniani: mi rimangono impressi i molti elogi ai poeti del curatore, ma chi si potrebbe salvare? Sicuramente Italo Testa, poeta già “scafato”, che nel 2007 pubblicava, per la LietoColle di Como, Canti Ostili: “questa non è una nave./questa notte non è notte./manichini in coperta./animali nella stiva.//questa non è una nave./questi animali non sono uomini./trasporto artisti./affilate i coltelli […]).

Affilando il coltello, la polemica, qui, è voluta, nel senso che la poesia non abbisogna di presentazioni formidabili, poiché se il poeta è giovane va spiumato, ma se il corpo è forte avrà altre possibilità di fiorire. E le antologie, fondate sul criterio di un selezionatore, senza un’indagine tematica, estetica, su processi della scrittura, del fare contemporaneo, non hanno più senso; e che senso ha dire non a tutti piacerà la poesia di uno di questi versificatori, ma siccome ce ne sono tanti prima o poi uno piacerà o qualcuno di questi, in dieci anni di onorato lavoro, ha pubblicato, ma prosa, con importanti case editrici per sostenere la scelta dell’antologia come labor vincente? Lascio al lettore capire quanto sia debole questo discorso, e dove sia finita la critica… che abbia sentito male? Spero di confondermi.

Giovedì 8 ottobre, finalmente i reading e le performance al Teatro Comunale.

Prima ad esibirsi, Mary Barbara Tolusso: una lettura graffiante, descrizione dei menage amorosi sex and bisex contemporanei, apprezzabile perché non così minimalista come l’avevamo lasciata alcuni anni fa dopo la lettura de L’inverso ritrovato, edito da Lietocolle, ma ironica e stuzzicante anche nelle spiegazioni pre-lettura e più verbata nell’affabulazione – cito dell’autrice anche Cattive maniere, edito da Campanotto, opera che preferisco.

Straordinaria la performance di Maria Valente, giovane poetessa (ancora inedita) da seguire, sapendo che siamo solo di passaggio, che ci pensiamo stranieri alle volte alla nostra stessa poesia; ma con fiducia ingenua possiamo abbandonare le nude braccia di noi infanti della vita, senza difetti, e sentire di essere avvolti nel vestito fino ad assumere la posa della spiga… Questo tocca della poesia di Valente, nel momento tra l’esserci e l’andare, è seduzione come se a cantare fosse il mettere a nudo la sensibilità. Questa nudità è anche volontà di cambiare il mondo, nella consapevolezza della nostra fragilità e della follia di questa intenzione.

Cambiando radicalmente registro, il britannico Murray Lachlan Young ha letto dal libro edito da Bombiani nel 1998, Casual Sex e altri versi, accompagnato dalla tromba e dai loop psichedelici di Mario Fragiacomo, jazzista triestino che vive a Milano. Ottima esucuzione: una poesia caustica, feroce nella descrizione della società con un canto, anzi, vere e proprie canzoni, dissacranti: “Ci sono figlie di pastori protestanti/prole del clero,/Ci sono amabili onorevoli – avvocati/ al vertice di ogni classe/della società contemporanea/hanno buttato via ogni occasione/hanno abbracciato con totale entusiasmo/il più incredibile passatempo/che si sia mai visto./Sì, poliziotti e idraulici,/spazzini e pari del reame.//Semplice ognuno si fa di coca//Alle manifestazione sportive nei paesini […]”. Simply everyone’s taking cocaine, ritornello ossessivo che nel finale del poema si trasforma in una stilettata: “Sembra tutto così pieno di gioia,/siamo tutti radiosi./Quanto ci divertiamo/e che scaltrezza”. Già, che scaltrezza…

Non posso poi non parlare di Patrizia Valduga: sa giungere a “noi” sullo sfondo della crisi del pensiero del Novecento, interrogando le divinità silenti della storia umana; senza ottenere risposta, ci chiede di continuare: “Io mi arrendo,/congedo i miei soldati,/la mia legione di sogni/e di versi./Combattete per altri/disarmati,/vincete in verità,/miei sogni in versi”.

La serata del venerdì 9 ottobre, si apre con Matteo Danieli (nella foto) e Furio Pillan, accompagnati dai Baby Gelido, band tutta triestina che esplora, ed esplode, la poesia con una musica elettronica dai forti accenti rock. “Non v’illudete stranieri d’aver trovato l’amore, poiché l’amore è morto, l’amore è morto” e si odono i versi di Danieli. E ‘una riflessione filosofica sulla morte di Dio, di cui l’amore era premessa… Quindi la civiltà crolla, jungerianamente, ma per fare posto a cosa? Forse la risposta ed entrambi i poeti nella collana “Libretti Verdi” edita da Battello Stampatore di Trieste.

Performance teatrale invece per Jimi Lend, emergente poeta austriaco, direttore e partecipe di numerosi slam, gare di poesia. L’autore, anche drammaturgo, attore – in Italia il 24 novembre prossimo per il quarto slam internazionale di Trieste, al Club Tetris di via della Rotonda, per chi desiderasse ascoltarlo -, ritma la poesia affondando la sua carne nelle relazioni sociali, piegandola sopra l’apocalisse politica delle globalizzazioni incontrollate, sull’orrore delle vicende storiche recenti.

Infine, Taslima Nasreen, esiliata dal Bangladesh per via della sua lotta a favore dei diritti delle donne. Entrata dolcemente in scena, la sua poesia si fa in una lettura semplice. Profonda e dolorosissima, vede la madre morire perché il padre non la cura, perché non le crede, poiché la cultura di un popolo può anche uccidere, e non dobbiamo dimenticarcene. Rimane l’esserci stati nella commozione, che è più di qualsiasi spiegazione e di qualsiasi denuncia.

Un AbsolutePoetry buono, ma non un totale acuto; un festival indispensabile, poiché non ne esistono altri al mondo con questa apertura – carattere questo di Lello Voce, il direttore artistico. Che serva un comitato scientifico allargato, che si trovi spesso, per produrre più contatti?

Sondare la scena della poesia mondiale può non essere facile, e servono argomenti. Serve uno sforzo in più del Comune di Monfalcone, che deve nutrire questo festival dal punto di vista organizzativo, dando la possibilità di costruirlo mese per mese, e non anno e mezzo per anno e mezzo. Per la criticità, è utile aggiungere che nella manifestazione collegata, UdineTraduce, c’erano molti poeti presenti alle edizioni precedenti: la scena della poesia contemporanea, pur vasta, è ancora fatto di conoscenze, ma la raccolta di informazioni può essere moltiplicata e le scelte si possono variare (è peraltro un problema anche di altri festival), anche se, da un altro punto di vista, rivedrei sempre qualcuno, come un Sanguineti, o uno simile alle sue parole, al sé vivente, all’oltrecielo dell’oltrevita, che non siamo altro che noi e la nostra adesione alla poesia.

Cultura, politica e dissenso nella Trieste di Veit Heinichen

Nei primi anni ’60 del secolo scorso, un intellettuale russo, Vladimir Konstantinovič Bukovskij, iniziò giovanissimo a organizzare reading di poesia in un parco di Mosca sotto il monumento dedicato a Majakovskij. Alle letture iniziò a intervenire un pubblico numeroso, tra cui anche gli agenti del KGB: requisivano i samizdat, cercando di ricostruire l’organigramma dell’organizzazione. Ben presto fu chiaro che a organizzare le letture era Bukovskij, attività che costò all’intellettuale circa 12 anni di reclusione tra galere e ospedali psichiatrici sovietici. Nel 1976 lo scrittore fu scambiato con l’ex leader comunista cileno Luis Corvalán, riparando così in Occidente.
La nota curiosa che emerge dalla storia fu che gli agenti del KGB divennero – come evidenziò lo stesso intellettuale sovietico nel romanzo autobiografico “Il vento va, e poi ritorna”, edito in Italia da Feltrinelli nel 1978 – ottimi conoscitori della poesia e dei poeti “dissidenti” fino al punto di discuterne i contenuti “sovversivi” dei testi.
Tra la storia dell’intellettuale sovietico e quella di Veit Heinichen non ci sono molti punti in comune, ma non ricordo a Trieste un politbureau riunito per decidere le sorti di uno scrittore, se non qualche cerimonia per donare targhe e sigilli. In riferimento alle polemiche di dicembre, conoscendo ciò che era accaduto durante il festival Iperporti, le missive spedite già allora dal diffamatore agli artisti e al comitato scientifico, ho provato un senso di straniamento, acuitosi oggi, come se qualcosa stesse accadendo in seno alla società, un impoverimento intellettuale ed etico, la presenza dei “corvi”, non quella dei “cigni”.

La politica per necessità e democrazia deve poter essere criticabile; siccome è da un po’ che i politici hanno smesso di occuparsi di scrittura, passato qualche tempo dalla querelle, vorrei ricordare che le polemiche a cui abbiamo assistito erano diretti attacchi ad un autore che nemmeno si conosceva – aspetto che possiamo estrarre dalla dichiarazioni di allora -, non tanto al concetto che questi aveva espresso sull’amministrazione della cosa pubblica.

La prima cosa a cui avremmo dovuto pensare è che uno scrittore che sforna bestseller su Trieste è un veicolo promozionale per la città, che i romanzi hanno più parole di una frase riportata su una rivista mesi prima, che gli appassionati tedeschi dell’Ispettore Proteo Laurenti ci visitano. La politica deve prendere spunto dagli intellettuali, riconoscerne il merito, cercare il dialogo e rispondere con i fatti, non con la polemica, perché detiene il potere, e non è cosa da poco.

Denoto pure che, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, il mondo della cultura non si sia mosso per cogliere l’occasione di elaborare le motivazioni del dissenso di Heinichen e spendere qualche parola costruttiva, prendersi la responsabilità di indicare problemi più rilevanti. Un’occasione persa. Ma non è nuova nemmeno la prassi di un certo ambiente della cultura triestina in merito a lettere diffamatorie, per la partecipazione di un poeta a una lettura pubblica, per la gestione di tre o quattro lire di finanziamenti.

Forse è tra alcune invidie in questo ambito, che bisogna ricercare il colpevole della diffamazione.

In ogni caso, credo debba venir meno l’astio della classe politica a causa dell’intervista uscita ad ottobre sul magazine sloveno. La considerazione che Heinichen nutre per Trieste, ambientazione privilegiata delle sue narrazioni, è anche il nostro biglietto da visita, e dobbiamo difendere questa eccellenza, facendo autocritica, se serve.
Se Heinichen pone l’attenzione sul declino della città – lo stesso on. Menia lo ha rilevato più volte -, è lo sfogo di una persona che ha a cuore il luogo in cui ha scelto di vivere, che vuole dialogare, ma non sente ci siano interlocutori, solo persecutori.
Che Trieste si trovi in un periodo di stasi, che alla classe politica manchi qualcosa (la visione di un modello di sviluppo condiviso dai partiti), è un particolare che i cittadini percepiscono: a più riprese l’anno scorso si è discusso su questi aspetti, prendendo in esame anche la cultura.
E’ naturale che i politici – pur chi svolge il mandato con merito – abbiano avversato le dichiarazioni di una persona in vista come lo scrittore tedesco: è un attacco alla conduzione della politica, che sovente spinge il dibattito sulla città su posizioni ideologiche, evidenziando l’anzianità delle lobby, sia a destra che a sinistra. Lo stesso Boris Pahor ne discusse al Teatro Miela a novembre, durante Iperporti, facendo notare che i triestini hanno superato certe logiche.

La classe politica, oltre a ricomporre un dialogo con gli uomini che fanno cultura senza paura delle critiche, deve interrogarsi seriamente sul nostro futuro, sapendo che gli intellettuali, da cui siamo partiti, parlano della realtà in cui viviamo, dell’essere umano, attraversando con il loro sguardo la società. Pensando alla città del futuro, gli intellettuali triestini devono poter indicare dei modelli, e i politici cercare di dialogare con essi.
Nella speranza di ritrovarci sotto qualche statua a leggere versi e narrazioni, con un politbureau schierato al fine di raccogliere informazioni vitali per costruire il futuro, non gli uni contro gli altri, ma assieme, credo si debbano ascoltare le vicende drammatiche che stanno colpendo un nostro concittadino, anche per via del dissenso che evidenzia proprio grazie alle sue opere. Ciò che Heinichen sottende, è una società pulita nei rapporti, dinamica e progettuale nelle scelte.

Ai politici che sapranno interpretare questa vicenda con coraggio per costruire una visione di Trieste, possiamo augurare tutte le fortune. Io auguro a Veit che questa persecuzione finisca e che possa contribuire alla costruzione di una Trieste migliore con tutti noi, se questo noi vorrà farsi finalmente presente.