Cultura, politica e dissenso nella Trieste di Veit Heinichen

Nei primi anni ’60 del secolo scorso, un intellettuale russo, Vladimir Konstantinovič Bukovskij, iniziò giovanissimo a organizzare reading di poesia in un parco di Mosca sotto il monumento dedicato a Majakovskij. Alle letture iniziò a intervenire un pubblico numeroso, tra cui anche gli agenti del KGB: requisivano i samizdat, cercando di ricostruire l’organigramma dell’organizzazione. Ben presto fu chiaro che a organizzare le letture era Bukovskij, attività che costò all’intellettuale circa 12 anni di reclusione tra galere e ospedali psichiatrici sovietici. Nel 1976 lo scrittore fu scambiato con l’ex leader comunista cileno Luis Corvalán, riparando così in Occidente.
La nota curiosa che emerge dalla storia fu che gli agenti del KGB divennero – come evidenziò lo stesso intellettuale sovietico nel romanzo autobiografico “Il vento va, e poi ritorna”, edito in Italia da Feltrinelli nel 1978 – ottimi conoscitori della poesia e dei poeti “dissidenti” fino al punto di discuterne i contenuti “sovversivi” dei testi.
Tra la storia dell’intellettuale sovietico e quella di Veit Heinichen non ci sono molti punti in comune, ma non ricordo a Trieste un politbureau riunito per decidere le sorti di uno scrittore, se non qualche cerimonia per donare targhe e sigilli. In riferimento alle polemiche di dicembre, conoscendo ciò che era accaduto durante il festival Iperporti, le missive spedite già allora dal diffamatore agli artisti e al comitato scientifico, ho provato un senso di straniamento, acuitosi oggi, come se qualcosa stesse accadendo in seno alla società, un impoverimento intellettuale ed etico, la presenza dei “corvi”, non quella dei “cigni”.

La politica per necessità e democrazia deve poter essere criticabile; siccome è da un po’ che i politici hanno smesso di occuparsi di scrittura, passato qualche tempo dalla querelle, vorrei ricordare che le polemiche a cui abbiamo assistito erano diretti attacchi ad un autore che nemmeno si conosceva – aspetto che possiamo estrarre dalla dichiarazioni di allora -, non tanto al concetto che questi aveva espresso sull’amministrazione della cosa pubblica.

La prima cosa a cui avremmo dovuto pensare è che uno scrittore che sforna bestseller su Trieste è un veicolo promozionale per la città, che i romanzi hanno più parole di una frase riportata su una rivista mesi prima, che gli appassionati tedeschi dell’Ispettore Proteo Laurenti ci visitano. La politica deve prendere spunto dagli intellettuali, riconoscerne il merito, cercare il dialogo e rispondere con i fatti, non con la polemica, perché detiene il potere, e non è cosa da poco.

Denoto pure che, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, il mondo della cultura non si sia mosso per cogliere l’occasione di elaborare le motivazioni del dissenso di Heinichen e spendere qualche parola costruttiva, prendersi la responsabilità di indicare problemi più rilevanti. Un’occasione persa. Ma non è nuova nemmeno la prassi di un certo ambiente della cultura triestina in merito a lettere diffamatorie, per la partecipazione di un poeta a una lettura pubblica, per la gestione di tre o quattro lire di finanziamenti.

Forse è tra alcune invidie in questo ambito, che bisogna ricercare il colpevole della diffamazione.

In ogni caso, credo debba venir meno l’astio della classe politica a causa dell’intervista uscita ad ottobre sul magazine sloveno. La considerazione che Heinichen nutre per Trieste, ambientazione privilegiata delle sue narrazioni, è anche il nostro biglietto da visita, e dobbiamo difendere questa eccellenza, facendo autocritica, se serve.
Se Heinichen pone l’attenzione sul declino della città – lo stesso on. Menia lo ha rilevato più volte -, è lo sfogo di una persona che ha a cuore il luogo in cui ha scelto di vivere, che vuole dialogare, ma non sente ci siano interlocutori, solo persecutori.
Che Trieste si trovi in un periodo di stasi, che alla classe politica manchi qualcosa (la visione di un modello di sviluppo condiviso dai partiti), è un particolare che i cittadini percepiscono: a più riprese l’anno scorso si è discusso su questi aspetti, prendendo in esame anche la cultura.
E’ naturale che i politici – pur chi svolge il mandato con merito – abbiano avversato le dichiarazioni di una persona in vista come lo scrittore tedesco: è un attacco alla conduzione della politica, che sovente spinge il dibattito sulla città su posizioni ideologiche, evidenziando l’anzianità delle lobby, sia a destra che a sinistra. Lo stesso Boris Pahor ne discusse al Teatro Miela a novembre, durante Iperporti, facendo notare che i triestini hanno superato certe logiche.

La classe politica, oltre a ricomporre un dialogo con gli uomini che fanno cultura senza paura delle critiche, deve interrogarsi seriamente sul nostro futuro, sapendo che gli intellettuali, da cui siamo partiti, parlano della realtà in cui viviamo, dell’essere umano, attraversando con il loro sguardo la società. Pensando alla città del futuro, gli intellettuali triestini devono poter indicare dei modelli, e i politici cercare di dialogare con essi.
Nella speranza di ritrovarci sotto qualche statua a leggere versi e narrazioni, con un politbureau schierato al fine di raccogliere informazioni vitali per costruire il futuro, non gli uni contro gli altri, ma assieme, credo si debbano ascoltare le vicende drammatiche che stanno colpendo un nostro concittadino, anche per via del dissenso che evidenzia proprio grazie alle sue opere. Ciò che Heinichen sottende, è una società pulita nei rapporti, dinamica e progettuale nelle scelte.

Ai politici che sapranno interpretare questa vicenda con coraggio per costruire una visione di Trieste, possiamo augurare tutte le fortune. Io auguro a Veit che questa persecuzione finisca e che possa contribuire alla costruzione di una Trieste migliore con tutti noi, se questo noi vorrà farsi finalmente presente.

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La controffensiva degli aquiloni. Nel Poema disumano di Luigi Nacci

Se tu
chiudi gli occhi
e mi baci,
tu non ci crederai
ma vedo
le mille bolle blu
e vanno leggere, vanno
si rincorrono, salgono […]

Così Mina, in Due note del 1961, cantava a squarciagola. Analogamente “ci vorrebbe una bolla, bella, blu” per salvare la nostra pellaccia dal Poema Disumano (Cierre Grafica, 2006; collana Opera prima a cura di Flavio Ermini – direzione@anteremedizioni.it) di Luigi Nacci; un grande recipiente di frescura per stemperare le lunghe estati torbide, o qualcosa di più interessante – sebbene sia davvero difficile trovare un oggeto meno splendente – dei “cacciabombardieri” e delle loro “bombe intelligenti” per riscattare “l’uomo in bilico tra la Vita e la Morte/Tra la Vita che sta per venire/E la Morte che sta per andare/In quell’attimo che non esiste e che non si può spiegare” – dal testo L’Orco, Alla discarica del Signor Postmoderno, prima opera dell’autore, ancora inedita.
L’obiettivo di Nacci, e di questa opera in bilico tra sperimentazione del linguaggio e realismo, è di portare a galla la nostra arretratezza, il non voler prendere decisioni, nonostante le capacità di abbracciare le “mode”, linee che possono farci comodo, ma senza un obiettivo a lungo raggio, un’azione meditata. “La diagnosi è presto/fatta: paralisi e mutazione”: il libro è una radiografia dei nostri scatti effimeri e delle ritirate impaurite; tutta la nostra socialità viene ricostruita attraverso un linguaggio in collisione, in battaglia con se stesso, con le vertebre rotte.
Due macrosistemi si mischiano, la riflessione politica e quella sulla sessualità, e su questi assi poggia buona parte dell’operatività del sistema “opera”.

Se Nacci si trovasse a “Porta a Porta” con i lettori potrebbe tranquillamente dare in pasto questi due testi “politici” (pag. 16, pag. 23) e altri referenti non dissimili:

Se non saltiamo in aria scoppiettanti,
mendichiamo ai margini delle mischie
o dei massacri, in tanti, come mosche.
Mastichiamo mansueti, a morsi miti,
mozzando prima mani e poi midolli
rammolliti – ma mai mangiamo i musi
ai morti. I corpi, li ricomponiamo
mesti, membro a membro, parti su parti.

Siam sazi d’esecuzioni sommarie
spalle al muro e morti ammazzati in cella,
di sbudellamenti marrani, ronde,
ranci sciacquabudella. I disumani
sì, si fanno rastrellare e non serbano
rancore – ma rimembrano. Marziali
e disarmati partono alla guerra:
la parola è la loro scimitarra.

E ancora: “solo in sogno andiamo all’arrembaggio” (pag. 24); “tutto, pur di non partire in battaglia” (pag 24); “E’ il dopoguerra la sciagura vera” (pag 25); “Lì, con i binocoli ben a fuoco,/cerchiamo Dio o/le sue coordinate” (pag. 26); “Arresi, senza opporre resistenza” (pag 28); “esplodiamo in strada due o tre petardi/per riscaldarci. Domani verranno/a dirci che siamo dinamitardi. (pag. 32); “Sebbene sodomizzati da eserciti […] – Ssssst! S’aspettano in silenzio, gli assalti” (pag. 33); “Appisolarsi è piuttosto improbabile/per colpa degli spari” (pag.34); “Rognoso è il burocratico disbrigo/delle pratiche col torturatore” (pag 35); “Di noi si rammenterà la pallottola/piantata nella tempia in ritirata […]l’autocritica prima dell’attacco/la strategia elaborata a casaccio.” (pag. 37).

Per quanto riguarda invece la sua possibile scrittura di un “Lucignolo”, amorevole è questo testo (pag. 18) arredato da alcuni rimandi intratestuali:

I nostri sono amori periferici,
troppo tisici per tenere testa
alla vita. Nell’ultima volata
rallentano, s’intronano al traguardo,
stanno attoniti, tonti, catatonici.
Lo sguardo di chi è rimasto di stucco
e il volto sudato. Il palato secco
del maratoneta mai arrivato.

E nuovamente: “Far l’amore è raro da queste parti. […] Ad essere sinceri, amoreggiamo/segretamente con gli invertebrati (pag.21); “Abbiamo in bocca baci abominevoli/bramosi di bordello […] Ma abbiamo anche tabù” (pag24); “Siamo amanti asmatici e stomachevoli” (pag. 31).

Sopravvive la tensione al realismo magico, una sorta di piacevolissima intrusione della letteratura per l’infazia, come nel secondo testo a pag. 19:

Abbiamo labbra imbubbonite e scabre
per la sete e febbre da polmonite
e una salute insalubre. L’estate
brucia le epidermidi, ci fa glabri,
c’abbrustola sulla brace e ci sbrana.
Non basta una gabbana rabberciata
a serbarci umidi, né un’ombrella.
Ci vorrebbe una bolla, bella, blu.

Ed infine: “Accuciolati/tra i cespi, sulle pance delle lucciole/scribacchiamo poesie piccole piccole.” (pag. 19); “A volte allucinati dalla luna/capitomboliamo dalle altalene […] Innalzati i vessilli,/a gonfie vele in più di mille bulli/salpiamo alla volta dei maremoti.” (pag 30); “Elefantescamente, lemme lemme” (pag 36).

Asciugata la formatività di Nacci, sezionata in questa maniera e sondate le sue componenti, l’opera non può che stare in piedi e, grazie all’ideologia-stampella, quella dell’uomo a cui è saltata la gamba su una mina, scuote, nonostante il linguaggio ricercato. Non a caso in postfazione Iain Chambers parla di “viaggio dentro il linguaggio” e di “isole di parole”.
Ciò che per Flavio Ermini, invece, nella sua analisi, risponde all’obiettivo di “far capire che gli uomini si illudono di vivere” e le modalità grazie a cui Nacci fa compiere il viaggio, o “lo stesso giro fino alla stanchezza”, è, a mio giudizio, il grande precipizio del Poema Disumano: persone esperte riescono ad affrontarlo senza vertigini, ma è meno appetibile per i “disumani” probabilmente abituati alla molle pianura. Ma non è un problema di linguaggio: il fatto che vi sia solo ritirata, il fatto che non vi sia scampo, non ci sia più il guizzo, il fatto che sia solo fotografia dell’orrore o dei suoi inconsapevoli negativi, non è detto riesca sempre ad impressionare la retina, o a equilibrare la nostra postura nel mondo che, come si sa, è un fatto che dipende dall’orecchio e dal suo stretto rapporto con il cervelletto.

Poema disumano è sicuramente un’opera criticabile, ma è un’opera che si autocritica e si interroga prima della sua messa in onda? No, credo sia un passaggio, duro, da affrontare; un passaggio rischioso per lo stesso autore, ma non privo di inserzioni dolorose nella nostra carne, e non baci, perché al mondo e nella nostra socialità, come attraversamento del linguaggio, c’è questa guerra, di suoni e non, e va leggera, si rincorre.

Pneuma lettura. Sui luoghi dell’ascolto di Paci Dalò

Sono di ritorno dalla serata finale della prima edizione del Festival Absolute Poetry (Monfalcone, 2005). Entro a casa, mi metto il pigiama intontito e stanco; ascolto i vasti silenzi della periferia di Trieste. Nelle pause della bora i rumori del condominio. Sono le 4. Ma non riesco a dormire, c’è qualcosa ancora di elettrico. Inizio a leggere Pneuma.
Mi coglie di sorpresa la citazione da La voce di Narciso, di Carmelo Bene: “Nella scrittura vocale, poesia è la voce. Il testo è la sua eco.”
Queste parole immediatamente mi riportano all’intervista del giorno prima, di sabato, a Nanni Balestrini: questi parlava della metamorfosi del concetto di opera, dalla scrittura all’oralità – ed io aggiungo in tutte le sue possibili accezioni di esecuzione.
Accezioni o eccezioni?
Mi chiedo questo, e nel frattempo prendo come esempio Lo Dittatore Amore. Melologhi di Rosaria Lo Russo e Fast Blood di Lello Voce.
Mi rispondo unicità, autenticità, dell’opera e del poeta. Ma se il testo è eco della voce, allora deve aprirsi, deve essere sì testo, e ipertesto, e intratesto, e moltiplicare i suoi effetti.

Seconda citazione da L’invenzione del silenzio. Poesie, testi, materiali dopo l’Ottantanove di Heiner Müller: “Il visibile/Può essere fotografato/OH PARADISO/DELLA CECITA’/CIO’ CHE ANCORA SI ASCOLTA/E’ IN SCATOLA/TURATI LE ORECCHIE FIGLIO/I sentimenti/Sono di ieri Non si pensa/Nulla di nuovo Il mondo//Si sottrae alla descrizione/Tutto l’umano/Diventa estraneo.”
Ciò che si ascolta è in scatola. Veramente il nostro procedere a modelli – penso anche alla scienza – si è impossessato della conoscenza, i prodotti insinuati nella letteratura? Quale epistemologia ci salverà? Quale riflesso-rigurgito della realtà in scatola ne esce? Il prodotto come aprirlo, come violarlo, come esploderlo-esplorarlo affinché sia poesia?
Non solo il visibile può essere fotografato; no, siamo già nella cinematografia, oltre… A questo punto rivedo i videofondali di Giacomo Verde, il foglio che brucia portando le sue lettere nell’apocalisse dello schermo, il poeta che infrange la voce nella performance, l’ein mail di Rilke, ovvero il nostro essere qui e lì, individuo in presenza dell’opera e nel passaggio, e di volta in volta si vive perché siamo in sua presenza e siamo noi gli intepreti, sia nel dare una semplice lettura che nel fare, o nell’ascoltare, alla vista dell’atto dell’interprete; e l’opera è sempre presente, ma in modi diversi, grazie alle sue qualità. E quella caratteristica dell’opera (ed ora della realtà), ovvero la sua molteplice interpretabilità, nel caso del poeta-performer, diventa parte del processo di creazione, si fa snodo; il prodotto-deriva di questo fare è quasi irripetibile, costringe l’interprete-attore che voglia ripercorrere l’opera (nella sua multimedialità, come in Fast Blood, ma anche nell’interpretazione di Lo Russo) ad essere capace di una ri-opera-azione, deve poter violare questo complesso.
Allora per questi motivi possiamo aderire ad un’altra citazione che Paci Dalò percorre in Pneuma, che potrebbe apparire banale ad una prima occhiata o ad un primo ascolto: “Il teatro ha luogo sempre dovunque ci si trovi. […] Desidero definire il teatro in termini così semplici perché in questo modo è possibile considerare teatro anche la vita di ogni giorno.” (John Cage)

Pensare in modo impossibile, vedere cosa sia possibile realizzare (nei luoghi), ecco il lavoro di Paci Dalò, e questo è osservabile nel libro. Salto in avanti di una decina di pagine, e mi colpisce il progetto “Publiphono a Rimini. La città come risorsa infinita. Usando il classico sistema di diffusione sonora della spiaggia di Rimini – altoparlanti collocati ogni 50 metri – la creazione di una serie di opere per 20 chilometri di costa. Opere dove l’intreccio tra suono strumentale e ambientale è assoluto e disarmante.”
A questo punto non so più dove finisce la performance e dove inizia la realtà, ma sono compiaciuto e me ne andrei a dormire, sognare. Ma si parla di nuova cosmogonia – altra citazione: “Solo con esitazione consegno questo libro al lettore moderno, poiché esso presuppone di fatto quella fusione di udito e di vista che gli antichi cinesi definivano luce degli orecchi. Per le culture superiori orientali e la mistica medievale europea, questa fusione non era affatto insolita; ma l’uomo moderno avverte ormai appena la grande imperscrutabilità del mondo acustico, la policromia, la poliritmia e la forza lineare del suono, da cui le antiche leggende cosmogoniche facevano procedere il mondo visibile e tangibile.” (Marius Schneider).
E ancora, il passo precedente di Paci Dalò: “La concezione del suono sempre presente è quindi vicina alla tradizione indiana dove una delle metafore usate è quella della finestra che quando viene aperta permette di sentire qualcosa che nella quotidianità non si interrompe mai.”
E sempre dell’autore (il nastro facciamolo scorrere avanti di qualche pagina): “Suonare uno strumento consente di ridurre la distanza tra la composizione e l’esecuzione.” Punto il disco sulla poesia… Cosa sta accadendo? Quali forze si stanno misurando in Italia? Dove si situa l’opera, sempre di più nella visione sonora della poesia? In chi si incarna?

Per uno scenario post-industriale, la nuova cosmogonia è una periferia in attesa di bonifica, ma quale natura possiamo attribuirle? L’erba cresce sul cemento, è come una piaga; enormi contenitori di gas naturale erosi dall’acqua, e la verticalità delle linee della ruggine. Sono passati anni da quando i gasometri funzionavano.
In mezzo, persone in cammino, ma verso dove?
Tra queste macerie, composte, ben allineati, forse, anche noi potremmo amplificare, dilagare come ombre, scorti da lontano, illuminati dal sole all’orizzonte, ormai.
Non sono i detriti delle case di una Germania postbellica, come descritta da Junger nei suoi libri, né l’erba rimanda ad una foresta, selvaggia: è nell’abbandono senza prospettive che si medita. La rarefazione espressa da Agamben riguardo la nostra stessa esistenza, l’abisso a cui sottoponiamo il nostro pensiero e su cui Paci Dalò compone, si riempie di suoni. Il vuoto degli occhi nello sguardo di un altro è possibilità.
Parola e amore possono ancora?
Siamo affamati di energia, convinti di non riuscire a produrne in quantità. Accumulare, perché nel processo pensiamo qualcosa si perda. Questa perdita, mancata produzione, è mancanza di idee, lavoro? Mancanza di idee, lavoro, mancanza di denaro, mancanza di dignità? Perché continuiamo ad essere affamati di energia? Accumulare.
Ma noi siamo energia. “Invenzione/espansione.”
L’invenzione non solo ripercuote sulla materia, ne attraversa la struttura, pulsa attraverso. Possiamo usare la tecnologia “come struttura anche teorica del progetto”.
L’invenzione può dunque creare anche la materia.
“Che filosofia è, se non è inscritta nel corpo?” si domanda l’artista.

Il nostro corpo e il tempo si chiamano. Il corpo gioca col tempo e la sua esecuzione si fa. Il pubblico è completo ballo, danza la sua poesia nella molteplicità di sguardi da un unico, che di volta in volta è presenza.
Che cos’è la voce se non risuona questa danza nel corpo di ognuno? L’invenzione non può che svolgersi “su più livelli, e la complessità di ciascun progetto è legata a una percezione soggettiva e cangiante”.
Mi sarebbe piaciuto domandare a Paci Dalò cos’è la voce, perché i poeti troppo spesso la rivendicano per sé, mentre anch’io credo alla “dissoluzione del personaggio” e alla “progressiva messa in scena dello stesso spettatore affidando all’impiego delle tecnologie teatrali (diffusori sonori variamenti posizionati, luci in funzioni di personaggi, musica come elemento compositivo ecc.) il compito di creare un’atmosfera tesa e fortemente orientata sulle reazioni dello spettatore.” Orientata, non determinata dallo spettatore.
Il progetto dell’opera (la descrizione di Stelle della sera in Pneuma, e del lavoro di Giardini Pensili con l’attrice e drammaturga Nicoletta Fabbri, si è sciolta nel cielo con tutto il suo respiro), si fa vasto quanto una città; deve poter accogliere, orientare, scolpire palazzi di corpi, di suoni, nell’atto, nell’effondere, nel fare: “Si tratta dunque di un teatro dei sensi (o delle iperstimolazioni sensoriali) e della loro camera d’eco: un teatro insomma che tenta un coinvolgimento fisico e percettivo dello spettatore nell’azione, in virtù di quel proprio del teatro (luci, suoni, immagini, palco, platea) assolutamente irriproducibile anche nella più emotivamente coinvolgente rappresentazione massmediale.”
Il teatro, la stessa esecuzione, è una sorta di perdita e di lascito assieme: non possiamo legarci all’oggetto, ma esso è dono, e in questo c’è il coinvolgimento, in quel momento esso arriva con la sua energia, modifica lo stato/struttura della materia, ci modifica. Poi nuovamente l’abbandono, ma abbiamo la parola e l’amore.
Sono le sei della mattina, scrivo degli appunti (Parla, non parla: non sapresti il diverso se no, e ti dovresti cavare gli occhi per darmi… questo mondo, non pensi?), e sprofondo nel sogno, nel teatro.

Trent’anni di Novecento, il lavoro di Alberto Bertoni

Interessante questo lavoro di Alberto Bertoni, che spiega “Trent’anni di Novecento” (Book Editore, pagine 303, 17 euro, circa) dal 1971 al 2000. C’è sicuramente la forma mentis dell’Accademia, quella buona, paziente e preparata, soprattutto precisa nelle motivazioni e finalità di un lavoro antologico, aspetto non riscontrabile nella maggior parte delle selezioni uscite negli ultimi anni, soprattutto quelle young:”Ed è proprio questo il presupposto critico da cui muove la presente selezione antologica, riservata a libri che incorporano un principio forte e riconoscibile di coesione interna, ordinandoli secondo quella disposizione cronologica che pare indispensabile per ricostruire gli effettivi rapporti teorici e ricettivi fra i testi, i loro autori, le tradizioni di lettura e di interpretazione.”
Seguono altre affermazioni importanti: “è chiaro che oggigiorno non esistono un canone, una poetica dominanti e che la ricchezza del quadro sta proprio nella sua provvisorietà costitutiva […] Ed effettivamente un poeta, oggi, anche quando si impone di essere in massimo grado comunicativo, non può mai fermarsi a un livello di superficie, rinunciando a priori alle acquisizioni di un’arte sorprendente e ricchissima come quella novecentesca, con le relative esperienze di choc e appunto di straniamento che ogni tradizione del nuovo ha comportato, con le potenzialità ancora in buona parte inesplorate di una metafora a sfondo conoscitivo e non esornativo, con la visione necessaria di un mondo plurale, contraddittorio, multanime, con un superamento oramai irreversibile della semplice mimesi di un fotogramma immobile del quadro di realtà e con l’obbligo morale di non aderire alla lingua impoverita del tempo presente, saggiando piuttosto le proprietà della propria lingua naturale, una volta che venga sillabata come straniera, tradotta da altra lingua e destinata al “popolo che manca” (Cortellessa) […]”.
Per quanto riguarda invece la situazione editoriale: “Il risutato è che, in realtà, questa antologia è anche un esercizio di archeologia della contemporaneità, perché – dei libri selezionati – se ne possono trovare in vetrina solo pochissimi […] il poeta di qualche merito e solidità dovrà rivolgersi a editori medio-grandi o medio-piccoli […]”.
Sulla modificazione del concetto di scrittura, nel contesto del suo sviluppo storico: “In ogni caso, la poesia del ’900 ha amato e saggiato in molti frangenti la sfida al modello chiuso e scritto del libro […] non pochi poeti di qualità hanno inciso cd interattivi di jazz e poesia e sono performer abituali […] Nessuno, certo, può negare ciò che aveva intuito Pessoa nel 1930: che la poesia, cioè, sa fare musica con l’ausilio della sola parola, abbassandola all’urlo o elevandola al canto.”
Altri, brevi, note rubate all’introduzione: “il proliferare a partire dalla metà degli anni ’90 di diversi libri di livello medio-alto – documentati qua con un’apertura costante alla diversità ontologica delle poetiche – è coinciso anche con l’assenza quasi assoluta di nuovi testi capaci di rompere schemi e attese […] senza però che davanti al libro nuovo di nessuno si provi la sensazione radicale di averne la vita cambiata”.

Certamente una discussione, oggi, sul libro, meriterebbe più di qualche approfondimento, visto che i volumi (e gli autori/cantautori) su cui si sofferma Bertoni sono 230 – quindi oltre ad acquistarlo, bisognerebbe saccheggiare numerosi remainder.
Potremmo chiedere inoltre a Bertoni dove “quella coesione interna”, frutto dell’operatività di un poeta che si realizza in un libro o in un disco, perduri nel corso di buona parte dell’esperienza formativa (e vitale) dei poeti; probabilmente l’orizzontalità ( e in parte aurea mediocritas, come sottolineato dal critico) su cui misurare la nostra lettura, potrebbe scoprire qualche percorso “elevabile”.
Restano i rilievi di un discorso utile, che registra attentamente il reale, e una soggettività della critica che si propone di individuare i punti salienti attraverso cui un poeta fonda il suo discorso nel mondo, che possiamo chiamare “opera”.

Canti affilati, di Domenico Brancale

recensione al secondo libro del poeta lucano – FRANCO MASOERO, Edizioni d’arte, Torino, 2003, con inchiostri di Hervé Bordas

Domenico Brancale presenta il suo quarto libro, L’ossario del sole (Passigli Poesia, 2007).
Quattro anni prima pubblicava invece le tredici poesie di CANTI AFFILATI (Franco Masoero, Torino, 2003).
Rispetto CANI E PORCI, c’è l’ingresso prepotente della lenga lucana: nella versione dialettale il ritmo di queste canzoni si modula attraverso l’invarianza di una serie di parole assonanti, alla fine di ogni verso. Rimarco questo aspetto perché la versione italiana non riesce a mimetizzare lo stesso lavoro sonoro.

In Cani e porci il tema dominante era quello dell’esistenza in grado di parlare anche da un’assenza; lateralmente uno dei concetti base, il pensiero, poneva di fronte ai nostri occhi le fratture sociali/intime, fino al sopraggiungere pure della follia.
Nella spaccatura/solco di questo pensare del poeta, troviamo stavolta il tema di un essere di carne-terra immortale (seconda quanrtina del testo n°12: Carne e terra/sono una cosa sola/fitte di gioia/che riempiono il mondo – Carne e terre/so’ na cose sùle/cìgghie di gioie/ca ghìnghiene u munne). Le parole umane si fanno segno perché mburchiàte nd’ ’a terre (conficcate nella terra) e l’uomo come il latte contenuto dall’agave si fa visibile solo grazie ad una lacerazione repentina, anch’essa parte della non-morte, della vita, qualcosa che s’appìccica nd’u sanghe (si accende nel sangue), nu sciusce di viènde/ripigghiète di cuòste/a llu zinzile di nu curperòne/nd’ ’a camàsce (un soffio di vento/rinvenuto accanto/allo straccio di un corpo/stremato nella calura).
Il tema viene ribadito più volte (testo n°3: Dove sono io/non cè morte che mi consuma – Addò sòo i/no’ ng’è morte ca mi strùsce; testo n°11: Pure sottoterra […]/Sono certo/che mi sentirò felice/lì sotto in segreto/nella folla del nero – Pure sottaterre […]/Sòo vere sicùre/ca mi ngi ’ggi’ ’a ricrijà/llà sotte a lla micciune/nd’ ’a ’ccisione d’u nìure) e ben descritto nel testo n°6:

Centomila volte
una pietra scagliata
che una scheggia
nel mare degli occhi
Sola
come un chiodo
che si è radicato
nel cuore del legno
ti strappa l’avvento del sole
Ma vuole o non vuole
una coltellata di luce
a me
non mi abbandona mai

Cientimila vòte
na pitrate
cchiù mbrèste na skerde
nd’u mare di l’uòcchie
Schitte
com’ a nu chìuove
ca si ngi v’arrarichète
nd’u core d’u lèune
ti stràzze ’a lustre d’u sòle
Ma vóle o non vóle
na curtellàte di luce
a mmi
non mi làsse màie

Tuttavia la condizione in cui vive questo soggetto divaricato dai silenzi, spirdute/mmienz’ a na chiazze (sperduto/in mezzo alla piazza), non è passiva rispetto la lacerazione: c’è una riappropriazione completa dell’esistenza, della vita che incarna, che si ritrova in tutto e per tutto nell’immagine del filo d’erba/che non si arrende al muro di catrame/e lo trafigge (dal testo n°7) ed è per questo che Il sole/che si apre/al vento/del coraggio/pare/un melograno/che scoppia/di sangue (testo n°8; a proposito, pare quasi che Brancale stia rubando all’introduzione di Foglie d’erba di Whitman lo spirito, quello del poeta che è tale perché non ha paura della morte).

Le visioni di questa raccolta continuano a farsi una dentro l’altra (il deserto/un panno steso dentro gli occhi/che non aveva fine – u desèrte/nu panne stìse daìnt’ a ll’uòcchie/ca non avìja fine) e forse lo stesso messaggio rimbalza a chi legge questi versi, perché ngi àdd’ ’a i’èsse na ngògna/ addò nu fiòre si spècchie (ci deve essere un canto/dove un fiore si specchia).
Ognuno poi affila il proprio canto:

Non facevo altro
che starmene ore ed ore
buttato sul lembo di rena
come una conchiglia
lacerata dal sale
senza sapere
che pure io l’avrei rinchiuso
per sempre
il pianto folle del mare
dentro il lenzuolo della pelle

Non facìje gàte
di mi ni stà a cape di gòre
scittète sope u lèmete di rène
com’ a na conchigghia
scinghiète du sale
sènze di sapè
ca pùre i avésse ’nchiùse
ppi ssèmpe
u chiànte pacce d’u màre
nd’u linzùle d’ ’a pelle

Cani e porci – Ca ti vò gàrde u lampe, di Domenico Brancale

E’ quasi un anno che trovo e perdo e trovo e perdo le parole per recensire Domenico Brancale, e i suoi libri (4). Ci provo a partire da questo post, tentando di relazionarmi dall’interno della condizione del soggetto evocato da questa scrittura.
Innanzitutto Cani e porci (Ripostes, 2001) è la prima raccolta di Brancale, lucano.

Se hai mai visto
un gabbiano non volare
Se l’hai mai visto
buttarsi a pioggia sulla terra
come se fosse stato
da un temporale di sguardi invidiosi
abbattuto
Non c’è aria che possa sorreggerlo
Non vi nego
che avrei desiderato
alla follia essere quel gabbiano.

Già dal primo testo, possiamo capire l’abito visionario e paradossale dell’esistenza di questo gabbiano-mondo-e-forse-ad-un-certo-punto-uomo, da noi osservato e per noi vivente, destinato alla fine; già dalla prima poesia c’è un darsi della scrittura in un continuo uso della negazione, che si lega all’accettazione di essere, di essere ad un certo punto qualcosa di altro e di arrivare a non essere più, un non essere-soggetto però capace un giorno di parlare da un’assenza, ancora capace di scegliere, di cambiare pelle, di testimoniare.
Tuttavia, prima di arrivare a queste considerazioni, c’è un violentare del poeta durante la lettura del libro che viene associato ai luoghi, agli animali (mia madre/glielo torceva il collo/a quel gallo/a quel gallo della buon’ora/senza aspettare che cantasse), un violentare degli elementi naturali, delle azioni degli uomini, c’è l’immagine di una umanità che ha denudato pure il cimitero, che non gliene frega – per questo il trafiggere, sotterrare, buttare, schiattare, trapassare, scagliare, straziare, sbattere di questa poesia?
Non a caso il testo finale della raccolta svela il tema, come uno schiaffo:

Sono certo che ci sarà un giorno
in cui mi sveglierò morto
E allora non avrò
le stramaledette parole per salutarvi
Addio cani e porci.

Utilizzo di alcuni termini, ridondanti, a supporto del tema principale

1.Il pensiero: è qualcosa che si lega all’ontogenesi, dalla nascita alla morte del soggetto; è un elemento del testo che una volta vorrebbe spegnersi, sbattere contro il muro, farsi tagliente, rompersi la testa contro uno specchio, oppure sciogliere grovigli, abbandonarsi (No ’mma fìue a ’cchiù/di pinzà. – nella doppia traduzione: Non mi regge più/ il pensare, Sono Stanco/di pensare) o non contenersi, aprirsi come il cielo nella sua escatologia:

Nessuno mi contiene
che sembro tanto quel fiume
dei tredici anni
che s’inghiottiva pietre
ginestre e rami spezzati
e chissà dove andava a morire
Sempre a questo ho pensato.

2.La pazzia: la visione oltrepassa i limiti della ragionevolezza, e il soggetto ne è conscio: il vuoto a cui giunge il pensiero “chiodo d’acciaio/che non la smette più di conficcarsi” viene catturato dalle “pietre scagliate/ da un pazzo/Questo tempo che non mai passa.”, si incatena agli uomini “tutte i’ssutte pacce – tutti usciti pazzi”, si ferma sui voi “sordi/e pure ciechi”, addirittura può giungere ad “essere il pazzo del villaggio” che taglia a “pezzi con l’accetta”… o altrimenti, il calabrone:

Certe volte mi manca la voce
allora come uno spiritato
torno al paese
m’impunto sui burroni di Caperròne
e il fischio dell’aria sottile
taglia la lingua
e mi ricordo la parola
Aveva ragione chi mi diceva
Figlio mio
sei come il calabrone nelle orecchie
che non la finisce più di ronzare.

Infatti, in un altro testo, sullo stesso “orlo” di pazzia, il poeta sente “il graffio mucoso della morte”, ma per non sentirlo si farebbe appunto “animale/un fiore/un filo d’aria nei campi/una sola goccia d’acqua/ogni manifestazione priva di coscienza” poiché è “in questi sogni” che imita la bellezza, che si abbatterebbe nuovamente come un “sorriso/tra la gente”.

Cosa c’è, dunque, nel fiume che – così pare – nessuno potrebbe contenere, nel volo del falco, nella ”fucilata/piantata dentro al cuore” tra la vita che sta da una parte e dall’altra la morte?
In una massima vorrei riassumere questo primo libro di Domenico Brancale, e asciugare come un vento quell’io-goccia per sentire il sole “battere dalla mia parte”, sentire la possibilità che qualche volta ci tocca e a cui vorremmo aderire sempre:

La svolta è ogni momento che respiro
che decido come ieri di cambiare
che sono fermo ad aspettare.

Otium et negotium, multimedialità e trasparenza nella cornice della poesia

Che sia rischioso distribuire compiti sociali alla poesia, e sviluppare programmi in tal senso, è un dato emerso dalla Neoavanguardia; essa nutriva una prospettiva ideologica e un apparato dove il confronto e la discussione la facevano da padrone; fortunatamente non sacrificò l’autonomia dei suoi componenti, promuovendo così la differenziazione delle analisi e dell’espressività all’interno di un orizzonte culturale comune – aspetto che oggi viene sottovalutato, invece di essere meditato. Oggi il rincorrersi di analisi fritte e rifritte su altre analisi, spesso e volentieri sulle relazioni che intercorrono tra poesia e società, per non parlare dell’elenco, direi telefonico, dei poeti in lizza che si contendono la canonizzazione e dei ricami che alcuni addetti tessono come scelte (quasi si trattasse dell’estrazione del pelo dalla pelliccia), appaiono il modus operandi di molti gruppi su riviste, siti.
Internet ha indubbiamente provocato una fuoriuscita della poesia (blog, riviste telematiche) non inferiore a ciò che accadde in passato negli anni ’70, ad esempio, con la proliferazione di riviste cartacee legate al contesto politico.
Momenti come premi, o gruppi che mimetizzano le caratteristiche dell’avanguardia a livello di apparato, appaiono superati dalla facilità con cui si conoscono gli autori, più che mai interdipendenti e pronti a collaborare su fronti diversi.
Fino a due anni fa la fruizione del web da parte dei poeti era ancora vista con sospetto; oggi pare uno strumento indispensabile per conoscersi, discutere e misurarsi. Automaticamente chi non si muove all’interno di questo sistema viene escluso, non riesce a farsi conoscere: l’informazione galleggia su internet.
Tuttavia il web non è stato capito nella sua interezza, ed è necessario un approfondimento sul concetto di multimedialità, nell’accezione di integrazione dei mezzi, poiché esso risponde a quelle esigenze indispensabili di fruibilità di un contenuto pubblicato in rete. Non solo: il ragionamento sulla multimedialità, lungi dal rappresentare un programma, può fertilizzare con le sue implicazioni il contesto sociale che origina sulla poesia e la sua comunicazione, indicando un modello poliedrico di funzioni grazie alle quali rifondare l’ambiente letterario, e in particolare ciò che definisco cornice, ovvero tutti i luoghi e i momenti che muovono l’ambiente della poesia e che nella dialettica con la società spostano i propri confini, modificano la propria forma. Una cornice adeguata è simile ad un circuito con il potere di autoregolarsi, una caldaia capace di riscaldarsi con nuovi materiali, accordandosi alle trasformazioni e alle invenzioni ed è per questo che le relazioni tra l’area della poesia e la società – ed in questo caso ciò che accade nella sua comunicazione – non possono essere sottovalutate: ci informano sulle scelte da compiere.
Ora, per capire la multimedialità, e il suo snodo di realtà, pensiamo per un attimo alla scrittura e alla tecnologia che corre in internet, pensiamola come un veicolo (o mezzo) trasparente del quotidiano; lo scenario che si delinea mostra “come la e le tecnologie della trasparenza operino nel nostro quotidiano, e non vi abbiano finito di lavorare ed evolversi, nella loro contradditoria esperienza del conservare e dissipare.”
Queste parole, appartenenti a Federico Ziberna e pubblicate sul numero 00 di Fucine Mute Webmagazine, risalgono al 1999 e sembrano cotte a puntino per farci assaporare l’esperienza di internet, ma pure rimandano alla nostra vita; occorre riportare altri brani dello stesso articolo al fine di capire il discorso sulla trasparenza e sul come le implicazioni della tecnologia possano modificare la nostra interpretazione e, di conseguenza, i significati che attribuiamo ai fatti e le nostre azioni: “Guardiamo ad Internet non solo perché essa è stata indicata nel passato come l’autostrada informatica (e come tale luogo di attraversamento e consumo) quanto perché essa è un’ovvia evoluzione della vetrina. In internet noi vediamo cosa possa diventare un documento, un’informazione, quando deve sottostare alla legge dell’esposizione, della passerella (ecco alla ribalta – fra l’altro – un altro termine economico del dispendio e della disponibilità/disposizionalità delle merci: farle camminare attorno ad un pubblico fermo) e della vetrina. Proviamo a pensare come organizzare una vetrina per un testo. A mettere dei testi in vetrina. […] Internet è una sequenza di vetrine (naturalmente se osserviamo il fenomeno web). Collegate da cunicoli. Ciò che passa spesso inosservato è però che il fattore economico (dell’economia dell’informazione) la attraversa senza fermarvisi. Alla vetrina non corrisponde un negozio, un luogo del patteggiamento.
L’otium viene ripagato abbondantemente dalla rete e dalla sua struttura: chi credeva di lavorarvi nell’ottica e attraverso l’ottica del bibliotecario, ha sbancato e fallito amaramente. Internet è cinematografica, sequenza in movimento di vetrine: veicolo economico che prospera nella dialettica complessa del mantenere e dissipare: la trama, in Internet, è tutto o quasi. Il web, il ragno, va da molto tempo al cinema e sa molto del concetto di trasparenza.
Per il web, la trasparenza unita alla resistenza, la capacità di non essere opaco ed oscuro eppure di fermare, di bloccare, è vita. La metafora della navigazione è poi quella che fa capo alla rotta. La rupta è infatti l’interruzione e il piccolo cabotaggio, la fermata rapida per le piccole necessità e rifornimento, la tappa che il navigante fa sui siti. Il navigante – credo – passeggia attraverso un film, successione di fotogrammatiche presenze e assenze. La tappa (etimologicamente il deposito) è – attraverso una finzione – il tappo, il luogo di chiusura e avvio, la cerniera, lo svincolo, il bar. A questo aspetto legato all’otium, alla raccolta ed accesso all’informazione, a luogo della preparazione alla decisione, allo s/vago (al vagare senza meta ma in vista e funzione economica della creazione di una meta), all’inter/vallum, non fa seguito il negotium, la negazione e sorpassamento della prima fase, dell’otium. Dietro la vetrina, non c’è quasi mai negozio, stentiamo ancora a vederlo. Non siamo abituati alla trasparenza e alle sue forme. […] Facciamo un esempio: la vetrina è anche vitro. Esame microscopico, estensione dell’occhio al microcosmo, al virus, alla trasparenza e resistenza che l’invisibile – paradossalmente – oppone alla ricerca. E vetrino, esposizione e mercificazione, studio, pianificazione e progettazione dell’esistenza futura: conservazione della specie e sua mutazione. Sono tutte tecnologie del vetro, della trasparenza e del vaso. Pensiamo infine all’architettura: tecnologia del vaso che ci accoglie e ci dissipa. Abbiamo visto palazzi con vetri trasparenti, uffici della visibilità, e palazzi con vetri a specchio, uffici dell’invisibilità. La trasparenza, nella sua valenza cinematografica, come sequenza economica della vetrina che proietta la vita espostavi, è infine ed innanzitutto, non dimentichiamolo, non a caso.¹”

Il problema è il negotium, che internet ottimizza grazie alla multimedialità, al fatto che in qualche modo bisogna far toccare con mano il costato, fermare il navigatore. L’aver focalizzato il web in questa maniera permette di osservare, con occhio critico, le molte vetrine che si occupano di poesia: pochissime possiedono le qualità necessarie al fine del negotium più ampio possibile. I fatti indicano come interessi ancora l’adesione di un numero cospicuo di addetti ai lavori, e quindi la riproposizione all’infinito degli apparati e, nel migliore dei casi, quelli adottati dalla Neoavanguardia – solo in un contesto di frammentazione in gruppi maggiore che in passato e, purtroppo, in presenza di prospettive limitate al lavoro nei veicoli promozionali utilizzati, siano essi siti, blog, lettere circolari, riviste.
Riducendo l’ideologia all’osso, è ancora preferibile il pugno chiuso contro il capitalismo della Neoavanguardia – almeno all’epoca v’era una mission di gruppo-; oggi v’è la confusione per chi si avvicina alla poesia, e non solo quella che corre in rete, per il dispiegamento di gruppi intenzionati a detenere un centro senza un orizzonte, a focalizzare l’attenzione su apparati che hanno nel proprio cromosoma una tara già codificata. Il non testare le proprie attività, aprendole alla comunicazione, genera questo eterno ritorno del patetico e il web, poiché vi si può costruire in tutta libertà, sottolinea gli abiti della poesia.
La multimedialità, marginale rispetto a ciò che accade nella cornice dell’ambiente della poesia e che riguarda internet, dovrebbe essere l’aspetto da ricercare maggiormente; ma marginali appaiono anche, nella prassi della quasi totalità delle manifestazioni che riguardano la poesia, gli intrecci con altri mezzi artistici, altri linguaggi. Il fare complessivo degli attori in gioco è un ripiegamento sulla scrittura, un cane che si mangia la coda, tranne qualche timido approccio di dibattito. La cornice dell’ambiente letterario necessita sforzi affinché la comunicazione possa entrare a pieno titolo nel fare, e nell’impegno, degli stessi poeti.
Qualcuno obietterà che occorrono delle risorse economiche per configurare un sito dal punto di vista della sua multimedialità e maggiore personale per amministrarlo, contribuire alla sua crescita; come può obiettare di non avere i soldi per organizzare una manifestazione che si occupi di poesia a raggiera, o dimostrare il poco interesse nei confronti dell’oralità, della performance, della video-poesia, del teatro a partire dalla poesia, del cinema che esprime poesia o di quella canzone d’autore che è poesia, o del ragionamento sulla realtà tout court.
Tuttavia esistono magazine atti ad ospitare contributi audio e video di reading, slam, performance, videopoesie, lo stesso dibattito culturale, e quant’altro faccia negotium, come esistono già addetti che si occupano di far confluire le varie ricerche sulla poesia grazie a contenitori di eventi che mimetizzano questo fare.
Il problema, questa volta, ricade sull’artista, e sulla considerazione che esso nutre nei confronti della comunicazione e delle prospettive che essa apre, delle funzionalità che sottende, ma bisogna superare le ragnatele non trasparenti che si annidano ancora nel fare dei gruppi e delle lobby, e allargare il più possibile la trama affinché la luce si rifletta sui fili, quelli che hanno dato prova di resistenza alla trazione.

Note:

¹ Internet e il vetro: le tecnologie della trasparenza, di Federico Ziberna, Fucine Mute Webmagazine 0.